venerdì, agosto 05, 2011

Si immagini ora un uomo


“Nulla è più nostro: ci hanno tolto gli abiti, le scarpe, anche i capelli; se parleremo, non ci ascolteranno, e se ci ascoltassero, non ci capirebbero. Ci toglieranno anche il nome: e se vorremo conservarlo, dovremo trovare in noi la forza di farlo, di fare sì che dietro al nome, qualcosa ancora di noi, di noi quali eravamo, rimanga.”

“Si immagini ora un uomo a cui, insieme con le persone amate, vengano tolti la sua casa, le sue abitudini, i suoi abiti, tutto infine, letteralmente tutto quanto possiede: sarà un uomo vuoto, ridotto a sofferenza e bisogno, dimentico di dignità e discernimento, poiché accade facilmente, a chi ha perso tutto, di perdere se stesso; tale quindi, che si potrà a cuor leggero decidere della sua vita o morte al di fuori di ogni senso di affinità umana; nel caso più fortunato, in base ad un puro giudizio di utilità. Si comprenderà allora il duplice significato del termine << Campo di annientamento >>, e sarà chiaro che cosa intendiamo esprimere con questa frase: giacere sul fondo.”

“ Eccomi dunque sul fondo. A dare un colpo di spugna al passato e al futuro si impara assai presto, se il bisogno preme. Dopo quindici giorni dall’ingresso, già ho la fame regolamentare, la fame cronica sconosciuta agli uomini liberi, che fa sognare di notte e siede in tutte le membra dei nostri corpi; già ho imparato a non lasciarmi derubare, e se anzi trovo in giro un cucchiaio, uno spago, un bottone di cui mi possa appropriare senza pericolo di punizione, li intasco e li considero miei di pieno diritto. Già mi sono apparse, sul dorso dei piedi, le piaghe torpide che non guariranno. Spingo vagoni, lavoro di pala, mi fiacco alla pioggia , tremo al vento; già il mio stesso corpo non è più mio: ho il ventre gonfio e le membra stecchite, il viso tumido al mattino e incavato a sera; qualcuno fra noi ha la pelle gialla, qualche altro grigia: quando non ci vediamo per tre o quattro giorni, stentiamo a riconoscerci l’un l’altro.”


(Se questo è un uomo – Primo Levi)

mercoledì, luglio 27, 2011

Il Grande Spirito parla al nostro cuore


CANZONE DELLA LUNA NUOVA - Takelma
da: "49 canti degli Indiani d'America" Ed. Mondadori

Io prospererò, e rimarrò, e anche se i malevoli dicessero:
«Vorrei che fosse morto!", proprio come te risorgerò ogni volta; come risorgi tu, dopo che i rospi della notte e i ramarri ti hanno divorata. Tu torni sempre e proprio come te io tornerò al momento giusto, ritornerò.

LA CREAZIONE DEL CIELO
La Prima Donna dispose le stelle
per aiutare la Luna a far luce.
Ad una ad una le ordinò per bene,
in forma di animali luccicanti
appesi alla notte.
Ma il Vecchio Coyote irruppe festoso,
e sparse le stelle come oggi le vedi.
(Algonkin Blackfeet)

tratta da: Canti degli Indiani d'America

Chochise

FRATELLI MIEI - Tatanka Iyotake o Tatanka Yotanka,Toro Seduto, Sioux
da: "Il Grande Spirito parla al nostro cuore" Ed. Red Acquista

Guardate, fratelli miei, la primavera è arrivata;
la terra ha ricevuto l'abbraccio del sole
e noi vedremo presto i risultati di questo amore!
Ogni seme si è svegliato.
E così anche tutta la vita animale.
E grazie a questo potere che noi esistiamo.
Noi perciò dobbiamo concedere ai nostri vicini,
anche ai nostri vicini animali,
il nostro stesso diritto di abitare questa terra.

LA PIOGGIA-BAMBINO
da: "49 canti degli Indiani d'America" Ed. Mondatori

Nella Donna-Sorgente ancora una volta,
cade una goccia dell'Uomo-Acqua,
dà vita, all'incontro, alla Pioggia-Bambino.

(Navajo)

mercoledì, luglio 20, 2011

Chernobyl, 25 anni dopo



26 aprile 1986: il giorno del più grave disastro nucleare della storia. A distanza di 25 anni, l'area conta qualche centinaio di abitanti. Ma la paura rimane…

Pochi anni prima della sua distruzione, era un importante centro industriale e commerciale dell'Ucraina settentrionale, a 100 km a Nord di Kiev. Il nome della città deriva da una combinazione tra chornyi e byllia ed il suo significato letterale sarebbe "stelo d’erba nero". Nel suo nome, il suo destino.

Il disastro nucleare è accaduto nei pressi della città di Pripjat, di cui rimane soltanto mura, macerie e desolazione. Černobyl, a solo 30 km dalla centrale, è stata relativamente poco colpita rispetto alle altre città limitrofe: le sue radiazioni sono state diffuse rapidamente verso nord, in Bielorussia. Per poi giungere in Europa. Un'emissione centinaia di volte superiore a quella delle bombe sganciate su Hiroshima e Nagasaki.

A causare la catastrofe ambientale una serie di cause concatenate causate da errori del personale: nel corso di una simulazione di guasto al sistema di raffreddamento, le barre di uranio del nocciolo del reattore nucleare si surriscaldarono per davvero, fino alla fusione del nocciolo del reattore n° 4, con due conseguenti esplosioni che fecero scoperchiare la copertura e disperdere nell'aria le particelle radioattive. 36 ore dopo l'incidente l'area di Černobyl fu evacuata.

Nell'ottobre del 1988 si pensò di radere al suolo una parte della città a causa del forte inquinamento radioattivo, ma tale soluzione avrebbe prodotto un ulteriore sollevamento di particelle che si erano depositate negli anni. Oggi vi risiedono ancora operai governativi, impegnati nella rimozione delle scorie nucleari. E 700 persone, soprattutto anziani, che hanno scelto di tornare alle loro case, incuranti del pericolo.

Dopo 25 anni, il bilancio della catastrofe suscita ancora controversie. Secondo le autorità ucraine 5 milioni di persone hanno sofferto le conseguenze della tragedia. Per Greenpeace il numero varierebbe da 100 mila a 400 mila. Secondo uno studio pubblicato del 2006, i casi di cancro dovuti alla contaminazione di Chernobyl sono stimati in 270mila. Ma l'Unscear, la commissione scientifica dell'Onu per gli effetti delle radiazioni nucleari, riconosce solo 31 vittime dirette dell'incidente, tra operatori e pompieri. Perplessità. Numeri a parte, Cernobyl ha comunque insegnato qualcosa all’umanità intera. Non dimentichiamolo.


(da http://viaggi.libero.it/news)

lunedì, luglio 04, 2011

Il Labirinto più grande al mondo


Sta sorgendo a Fontanellato (Parma) il più grande labirinto del mondo, da un'idea di Franco Maria Ricci: un personaggio che per molti anni ha disegnato libri d'arte sofisticati e una rivista storica (la FMR). Ora, a 72 anni, ha deciso di dedicarsi a questa sua grande passione, ovvero realizzare quello che al termine dei lavori (previsto per il 2013) sarà il più grande labirinto del mondo, fatto di piante. Si cercherà di terminare i lavori nel 2013 in quanto in quell'anno cadrà il bicentenario della morte di Giambattista Bodoni, famoso incisore, tipografo e stampatore italiano morto a Parma il 29/11/1813.
Il labirinto ha sempre evocato grande fascino nei popoli e in ogni epoca: il labirinto è una struttura, solitamente di vaste dimensioni, costruita in modo tale che risulti difficile per chi vi entra trovare l'uscita (definizione di wikipedia). La memoria va subito al mitico labirinto di Cnosso, che secondo la mitologia greca fu fatto costruire dal Re Minosse sull'isola di Creta per racchiudervi il Minotauro (il mostro che era nato dall'unione tra sua moglie e un toro): il labirinto era stato costruito dalla mente geniale di Dedalo, assieme ad Icaro, ed era così intricato che loro stessi ne rimasero prigionieri al termine della costruzione (fu in questa occasione che Dedalo costruì delle ali che, appiccicandole alle spalle con della cera, permise loro di volare ed uscirne fuori). Il Minotauro (che divorava ogni anno sette bambini e sette bambine di Atene) fu poi ucciso da Teseo, il quale uscì dal labirinto grazie al filo che Arianna gli aveva dato e che aveva lasciato scorrere lungo il suo percorso.
Ma torniamo alla notizia, che ho trovato sull'inserto Il Venerdì del quotidiano la Repubblica del 04/06/2010 (articolo di Alessandro Gandolfi). Dunque il sig. Franco Maria Ricci vuole realizzare questo enorme labirinto vegetale: 8 ettari di superficie, un quadrato con lato di 300 metri, per un percorso totale al suo interno di ben 3 km costituito da “muri” vegetali di bambù alti ben 5 metri (sono state piantate 60.000 piante di bambù di 25 specie diverse provenienti dalla Liguria, dalla Francia e dalla Cina settentrionale)! Questo labirinto sarà l'attrazione principale di un parco culturale aperto al pubblico e guidato da una fondazione: ospiterà un museo, un ristorante, un'area per esposizioni temporanee e una libreria. All'uscita del labiritno ci sarà una cappella a forma di piramide perchè, come dice Ricci, è “simbolo della Trinità cattolica ma anche della massoneria, dei rivoluzionari, del laicismo e in generale del mistero”. L'idea di quest'opera gli è venuta perchè come dice lui stesso “Ho sempre pensato che un uomo a 65 anni dovrebbe smettere di fare ciò che ha fatto per una vita” ma anche, e soprattutto, per dare un segnale di contrasto alla crisi in cui versano i musei pubblici. Dice infatti: “Il visitatore oggi entra nei castelli, ammira le mostre tematiche, è attratto dalle collezioni private rese attraenti da una bella confezione. Ecco, il parco permetterà ai visitatori di trascorrere una domenica diversa, di godere delle opere d'arte ma anche di divertirsi”. Il labirinto è stato disegnato dallo stesso Ricci assieme all'architetto torinese Davide Dutto ed è stato ispirato da due mosaici romani, uno conservato al Kunsthistoriches Museum di Vienna ed uno al Museo del Bardo di Tunisi.
Molto tempo fa, Franco Maria Ricci parlò di questa sua idea con Jorge Luis Borges (grande scrittore e poeta argentino morto nel 1966), il quale gli disse: “Il tuo labirinto non sarà mai il più grande del mondo, il più grande è il deserto”.

(articolo tratto da http://90meteo.blogspot.com)

martedì, giugno 14, 2011

Nessuno mi ha riconosciuto


Nessuno mi ha riconosciuto sotto la maschera dell'identità con gli altri, né ha mai saputo che ero maschera, perché nessuno sapeva che a questo mondo esistono i mascherati. Nessuno ha supposto che a mio lato ci fosse sempre un altro che in fondo ero io. Mi hanno sempre creduto identico a me stesso.
Tutti noi viviamo distanti e anonimi; dissimulati, soffriamo da sconosciuti. Ad alcuni, però, questa distanza fra loro stessi e un altro essere non si rivela mai; per altri è talvolta illuminata, di orrore o di pena, da un lampo senza limiti; ma per altri essa non è altro che la dolorosa costanza e quotidianità della vita.
Sapere esattamente che chi siamo non ci riguarda, che ciò che vogliamo è ciò che non vorremmo, né forse qualcuno ha voluto; sapere tutto questo a ogni minuto, sentire tutto questo in ogni sentimento, non significherà essere straniero nella propria anima, esiliato nelle proprie sensazioni?


(Fernando Pessoa, "Il Libro dell'Inquietudine di Bernardo Soares")

lunedì, maggio 23, 2011

L'Inferno dentro

Il reportage di Nicola Gronchi, fotografo di Shoot4Change, racconta la storia del manicomio di Volterra, diventato tristemente “famoso”, dopo la sua chiusura, per i graffiti di Nannetti Oreste Fernando. 180 metri di muro esterno in cui NOF4, come lui stesso si firmava, ha inciso nei lunghi anni di degenza un’opera enciclopedica di sentimenti, biografie e crimini subiti e testimoniati. Parole, poesie, disegni scavati nella pietra gialla con la fibbietta del gilet della divisa dei matti reclusi. Questo lavoro rappresenta una cruda testimonianza e uno spunto di riflessione su Franco Basaglia, psichiatra e neurologo italiano che si è battuto per la chiusura, nel 1978, dei manicomi in Italia. L'Ospedale psichiatrico di Volterra, nato nel 1888, conobbe negli anni cinquanta e sessanta, un vasto sviluppo tale da essere considerato, fino alla famosa legge Basaglia del 1978, uno dei manicomi più grandi d’Italia con oltre 100 mila metri cubi di volume. “Andare a Volterra” significava spesso finire internati nell'Ospedale Psichiatrico Ferri, una struttura composta da tre edifici principali in cui trovarono ricovero anche 6000 persone contemporaneamente, con un numero di 20 lavandini e 2 gabinetti ogni 200 degenti: un vero e proprio inferno sulla terra, in cui si poteva essere rinchiusi ai primi sintomi di depressione, di presunta schizofrenia o anche per accuse politiche o di morale. Trattamenti a base di scariche elettriche, coma indotto con insulina e tutto un prontuario di pillole e veleni somministrati per “testare” i risultati ignorando completamente le conseguenze spesso irreversibili sui pazienti scelti per tale trattamento. Attualmente (2011) la struttura è in un profondo, tragico e inquietante processo di totale abbandono e il camminare in quei luoghi, in quelle stanze trasmette un infinito senso di rabbia e impotenza, sentimenti che insieme alla solitudine venivano sicuramente percepiti dai pazienti rinchiusi in un inferno senza tempo.

martedì, maggio 17, 2011

Pripyat


(articolo tratto da http://viaggi.libero.it/)

La città fantasma ucraina

C'era una volta una città pensata per ospitare i lavoratori di Cernobyl. E oggi che cosa rimane? Scoprite con noi i segreti di Pripyat.

I suoi lavori di costruzione iniziarono appena quarant’anni fa, esattamente il 4 febbraio 1970: nacque con le intenzioni di accogliere i lavoratori ed i costruttori della centrale nucleare di Chernobyl, con le loro relative famiglie. La qualità della vita qui era alta, rispetto al resto dell’Unione Sovietica: nel 1986 si contavano circa 47mila abitanti. Prima dell’abbandono definitivo in seguito al disastro nucleare: il 26 aprile 1986 si verifica il più grave incidente nucleare della storia.
Qui tutto era moderno e funzionale: due ospedali, di cui uno pediatrico, due hotel, un centro commerciale, tanti ristoranti, bar, cinema, teatro, piscina coperta ed aiuole. Tante aiuole, tanto da essere stata battezzata come la Città dei fiori. La città è attualmente completamente disabitata: tutto è fermo a quel mese di aprile, quando l’uomo si è distrutto con le sue stesse mani.

Tutto è come allora: macchine da scontro, bambole abbandonate per strada, case completamente arredate, armadi pieni, tavole apparecchiate e fotografie sparse per gli uffici. Come nel peggiore dei film del terrore. Gli abitanti lasciarono la città con la convinzione che la loro sarebbe stata un’assenza temporanea, un massimo di tre settimane, a causa di "un lieve incidente" avvenuto alla Centrale elettronucleare, come in prima battuta venne loro detto. Il resto è storia.

Eppure qui vive ancora un gruppo esiguo di persone che ha voluto riappropriarsi delle proprie case a costo della propria vita. O di quel che ne è rimasto. E vivono tra edifici pericolanti e alimenti radioattivi, strade a rischio di crollo e la puzza di morte urbana che si respira in ogni angolo della città. Insieme ad animali selvatici che si sono impadroniti della zona e che sono sottoposti ad i venti radioattivi che si diffondono ancora per intere miglia.

Dalle strade asfaltate fuoriescono piante ed alberi, i supermercati ancora pieni emanano odori di muffe, l’acqua dei torrenti è contaminata. Il parco giochi, allestito per i festeggiamenti del primo maggio, è la zona più radioattiva, essendo la zona più vicina a Chernobyl. Qui il vento portò le prime particelle radioattive, giunte qui dopo aver distrutto la foresta in poche ore, soprannominata Foresta Rossa per il colore che assunse a causa della contaminazione. Si calcola che le radiazioni rimarranno nell’area per circa 48mila anni. E che la zona potrà essere nuovamente abitata tra circa 600 anni. Nella speranza che l’uomo inizi ad imparare dai propri errori.


venerdì, maggio 06, 2011

Quando mi vieni a prendere ?


Anche se non amo particolarmente Luciano Ligabue devo ammettere che questa canzone del suo ultimo disco, del 2010, "Arrivederci, Mostro!" è veramente emozionante... secondo me, leggendo il testo, ti distrugge anima e corpo... parla di un orribile fatto accaduto in un asilo belga, a Dendermonde, quando il 23/01/2009 un adolescente fece irruzione vestito da Joker e uccise alcuni bimbi e una maestra... Ligabue descrive la tragedia dal punto di vista di uno dei piccoli... mamma mia...


"Mia madre che ha insistito che facessi colazione
e sa che la mattina il mio stomaco si chiude
ho finto di esser stanco, ho finto di star male
lei non ci casca più e io non schivo più l’asilo

In macchina si è messa a cantarmi una canzone
è sempre molto bella
anche se oggi non mi tiene
Il latte viene su
e mi comincio a preoccupare
che in mezzo a tutti gli altri
mi vergogno a vomitare

Quando mi vieni a prendere?
Quando finisce scuola?
Quando torniamo ancora insieme a casa?
Quando mi vieni a prendere?
Dammi la tua parola.
Quando giochiamo insieme a qualche cosa?

E la maestra oggi
sembra molto più nervosa
non so se è colpa nostra
o se sente chissà cosa
un paio di noi altro le fanno sempre fare il pieno
e io vorrei soltanto
che non mi stessero vicino

e poi è stato come quando tolgono la luce
e la maestra urlava come con un’altra voce.
Se non stiamo buoni arriva forse l’uomo nero
io prima ho vomitato e lui adesso è qui davvero

Quando mi vieni a prendere?
Quando finisce scuola?
Quando torniamo ancora insieme a casa?
Quando mi vieni a prendere?
Dammi la tua parola.
Vieni un po' prima fammi una sorpresa

L'uomo nero forse è qui
perchè ci vuol mangiare
non vedo la forchetta
ma il coltello può bastare
ti chiedo scusa mamma se ti ho fatta un po' arrabbiare
ma fai fermare tutto
che ho capito la lezione
e tu e papà che litigate spesso sul futuro
e io che sempre chiedo
ma il futuro che vuol dire

e l'uomo nero gioca
e questo gioco quanto dura
forse dopo questo gioco
avrò meno paura

Quando mi vieni a prendere?
Quando finisce scuola?
Quando torniamo ancora insieme a casa?
Quando mi vieni a prendere?
Dammi la tua parola.
Ti devo chiedere un'altra volta scusa

e la maestra adesso è sdraiata e sta dormendo
i miei amici urlano, qualcuno sta ridendo
ci sono le sirene e sono sempre più vicine
che giochi enormi che sa organizzare l’uomo nero
i miei amici ora stanno solamente urlando
e tutti quanti insieme
è proprio me che stan guardando
ma non ho scelto io di stare qui con l'uomo nero
appena lui mi lascia
è con voi che voglio stare

Quando mi vieni a prendere?
Quando finisce scuola?
Quando torniamo ancora insieme a casa?
Quando mi vieni a prendere?
Dammi la tua parola.
Vieni un po’ prima
fammi una sorpresa".


(Luciano Ligabue)

giovedì, maggio 05, 2011

Agli amici


Cari amici, qui dico amici
Nel senso vasto della parola:
Moglie, sorella, sodali, parenti,
Compagne e compagni di scuola,
Persone viste una volta sola
O praticate per tutta la vita:
Purché fra noi, per almeno un momento,
Sia stato teso un segmento,
Una corda ben definita.

Dico per voi, compagni d’un cammino
Folto, non privo di fatica,
E per voi pure, che avete perduto
L’anima, l’animo, la voglia di vita:
O nessuno, o qualcuno, o forse un solo, o tu
Che mi leggi: ricorda il tempo,
Prima che s’indurisse la cera,
Quando ognuno era come un sigillo.
Di noi ciascuno reca l’impronta
Dell’amico incontrato per via;
In ognuno la traccia di ognuno.
Per il bene od il male
In saggezza o in follia
Ognuno stampato da ognuno.
Ora che il tempo urge da presso,
Che le imprese sono finite,
A voi tutti l’augurio sommesso
Che l’autunno sia lungo e mite.

16 dicembre 1986


(II vol. delle Opere di Primo Levi, Torino, Einaudi, 1988)