giovedì, settembre 29, 2011

Il mostro


Ecco spuntare da un mondo lontano
l'ultimo mostro peloso e gigante
l'unico esempio rimasto di mostro a sei zampe

Quanto mi piace vederlo passare,
cosa farei per poterlo toccare
io cosa farei...

Dicono che sia capace di uccidere un uomo
non per difendersi, solo perché non è buono

Dicono loro che sono scienziati affermati
classe di uomini scelti e di gente sicura
Ma l'unica cosa evidente è che il mostro ha paura
il mostro ha paura...

E' alla ricerca di un posto lontano dal male
certo una grotta in un bosco sarebbe ideale
ma l'unico posto tranquillo è quel vecchio cortile
l'unico spazio che c'è per un grande animale

Dicono Siamo in diretta lo scoop è servito
questa è la tana del mostro, l'abbiamo seguito
Dicono loro che sono cronisti d'assalto
classe di uomini scelti di gente sicura
Ma l'unica cosa evidente
l'unica cosa evidente è che il mostro ha paura
il mostro ha paura...

Basta passare la voce che il mostro è cattivo
poi aspettare un minuto e un esercito arriva
bombe e fucili ci siamo, l'attacco è totale
gruppi speciali circondano il vecchio cortile

Dicono che sono pronti a sparare sul mostro
Lo prenderemo sia vivo che morto sul posto!
Dicono loro che sono soldati d'azione
classe di uomini scelti e di gente sicura
ma l'unica cosa evidente è che il mostro ha paura
il mostro ha paura...

Vorrebbe farsi un letargo e prova a chiudere gli occhi
ma lui sa che il letargo viene solo d'inverno
riapre gli occhi sul mondo, questo mondo di mostri
che hanno solo due zampe ma sono molto più mostri

Gli resta solo una cosa
chiamare il suo mondo lontano
lo fa con tutto il suo fiato, ma sempre più piano...
Vorrei poterlo salvare, portarlo via con un treno
lasciarlo dopo la pioggia, là sotto l'arcobaleno...




(Samuele Bersani, Il Mostro, tratto dall'album "C'hanno preso tutto" del 1992)

mercoledì, settembre 14, 2011

Wovoka (Paiute, 1856-1932)


" Dio mi ha spinto a dire alla mia gente di essere buona, di amarsi l'un l'altro, di non combattere, rubare o mentire. Mi ha trasmesso questa danza, perché io potessi passarla al mio popolo. "

Il padre di Wovoka, Tavibo, era un profeta noto tra i Paiute. Molto presto portò Wovoka con sé nelle sue peregrinazioni tra i campi paiute che erano distribuiti su un enorme territorio. Fu così che Wovoka prese confidenza con la religione del suo popolo, impregnata da un profondo sentimento di devozione per piante, animali e la natura in genere. I Paiute del Nord avevano inoltre una inclinazione particolare per rituali e cerimonie. Alla morte del padre, il ragazzo, quattordicenne, fu accolto dalla famiglia di David Wilson, un rancher, e gli fu dato il nome Jack, per cui lo si conosce anche come Jack Wilson. Al suo padre adottivo, pio e rispettoso della Bibbia, Wovoka deve la profonda venerazione per la vita e l'opera di Cristo, così come suscitavano in lui grande interesse i miracoli di Cristo, oltre all'idea della venuta del Messia. Wovoka si occupò intensamente di problemi religiosi e durante i suoi viaggi conobbe molte sette e ne studiò l'influenza sulle persone e a poco a poco si fece delle profonde opinioni personali. Due mondi, quello del Cristianesimo e quello della religione legata alla natura del suo popolo, si fusero in lui per dar vita a una cosa unica, che rappresentava la base del Ghost-Dance-Bewegung. Come raccontò in seguito, Wovoka, dopo essere guarito da una forte febbre, ebbe una visione:

"Quando il sole tramontò, andai in cielo e vidi Dio e tutti gli uomini morti da tempo. Dio mi incaricò di tornare e dire al mio popolo di essere buoni, di amarsi l'un l'altro, di non combattere, rubare o mentire. Mi ha trasmesso il segreto di questa danza perché io potessi passarla al mio popolo."

Basandosi sull'eclissi solare che i Paiute indicavano come data, si può dedurre che la visione dovrebbe essere avvenuta il 1° gennaio 1889. Quel giorno infatti vi era stata un'eclisse totale di sole e questo episodio ci fa ricordare Tenskwatawa, fratello di Tecumseh, che aveva profetizzato - nell'estate del 1806 - che il sole si sarebbe oscurato e quando accadde realmente, fu ritenuto il più potente profeta del "vecchio Nord-Ovest" e poté aiutare suo fratello Tecumseh a realizzare le proprie idee. Wovoka non aveva, però, scopi politici. Era convinto di dover trasmettere il messaggio del Grande Spirito. Fece confluire nella danza una parte consistente dei rituali di diverse religioni. Wovoka non si considerava una divinità, ma la gente della sua tribù lo indicava come il messia. Per spiegarlo si può pensare a numerose sette, come per esempio i Mormoni, che credevano nella reincarnazione di Cristo sulla terra. Il testo dell'annuncio di Wovoka del messaggio del Grande Spirito è il seguente:

"Tutti gli Indiani devono ballare in ogni luogo, non devono mai smettere di ballare. Molto presto, già la prossima primavera, verrà il Grande Spirito. Riporterà tutta la selvaggina... Tutti gli Indiani si leveranno e torneranno a vivere. Diventeranno forti come uomini giovani, torneranno a essere giovani. Se anche un indiano è vecchio e cieco, tornerà giovane e potrà godere la vita. Quando il Grande Spirito tornerà, gli indiani saliranno sulle montagne, lontani dai bianchi che non potranno far loro del male. Quando gli Indiani saranno in alto arriverà una grande massa d'acqua e tutti i bianchi annegheranno, poi l'acqua si ritirerà e ovunque ci saranno solo indiani e ci sarà molta selvaggina. Infine lo stregone inviterà tutti gli Indiani a continuare a ballare e comincerà un periodo felice!"

Nonostante Wovoka non avesse alcuno scopo politico con i suoi insegnamenti, gli effetti furono assolutamente politici. La Ghost-dance, come fu chiamata quella predicata dal "Messia" dei Paiute, si trasformò ben presto in un grande movimento che trovò aderenti specie tra le tribù degli Altopiani. La situazione che per la maggior parte di questi indiani costituiva il terreno più adatto per il movimento della Ghost-dance dipendeva dal fatto di essere stati strappati dal modo di vivere cui erano abituati, stipati nelle riserve, dove vegetavano apatici e dipendevano da quello che l'Agente per gli Indiani passava loro, come se si trattasse di un'elemosina, anche se questo, in realtà, non era che una parte infinitesimale di ciò che era stato loro tolto. Il governo arrivò a proibire agli indiani anche la "danza del sole", da cui gli indiani avevano tratto forza negli anni difficili della guerra contro gli Americani. Quando gli indiani vennero a sapere dell'esistenza di un Messia ripresero a sperare e vollero saperne di più. Kicking Bear, Short Bull e Porcupine, tre Holy Men della riserva in Sud Dakota, decisero di andare in Nevada dal Messia per ascoltare il suo messaggio con le proprie orecchie. Fecero la prima parte del viaggio in treno e proseguirono a cavallo. Dagli indiani Paiute, che avevano messo i cavalli a loro disposizione, seppero che il Red God of Nevada (il dio rosso del Nevada) viveva a Walker Lake, dove si erano già radunate alcune centinaia di indiani delle più diverse tribù: Arapaho, Cheyenne, Shohoni e Bannock. Il Messia fece dire loro di aspettare, che sarebbe arrivato subito. Ognuno di loro, come raccontò poi Porcupine al maggiore Carroll, ricevette una noce bianca che doveva mangiare. Poco prima del tramonto del terzo giorno, comparve Wovoka: non era un bianco, come avevano supposto, ma uno di loro! Ai presenti disse:

"Vi ho fatto venire e mi rallegro oggi di vedervi. Poi vi racconterò dei vostri parenti che sono morti e hanno lasciato la terra. Figli miei, desidero che ascoltiate attentamente ciò che ho da dirvi. Vi insegnerò una danza e desidero che voi danziate. Preparatevi per la danza e quando sarà finita, vi parlerò."

Porcupine prosegue nel racconto:

"Poi danzarono mentre il Messia cantava. Danzarono fino a notte fonda, finché non disse che era sufficiente. Il mattino successivo vidi il Messia di nuovo e questa volta sembrava completamente diverso. Non era scuro come un indiano, ma non era neanche chiaro come un bianco. Non aveva la barba, ma aveva le sopracciglia molto folte ed era di bell'aspetto. Ci dissero che non avremmo dovuto parlare, perché il Messia ci avrebbe udito anche se fossimo rimasti in silenzio. Ci parlò tutto il giorno, poi cominciò a cantare, tutto il suo corpo fu scosso da un tremito e infine si sdraiò. Danzammo tutta la notte, mentre il Messia giaceva a terra, come morto. Il mattino seguente ci ritrovammo e il Messia ci disse:

«Sono l'uomo che ha creato tutto ciò che vi circonda, non vi mento, figli miei. Creai questa terra e tutto ciò che vi si trova sopra. Ero in cielo e ho visto i vostri amici morti ho visto anche mio padre e mia madre. All'inizio, dopo che Dio creò la terra, mi mandò indietro perché predicassi agli uomini e quando venni gli uomini si spaventarono e mi trattarono male. Guardate cosa mi hanno fatto (e mostrò le ferite). Non tentai di difendermi. Decisi che i miei figli erano cattivi e quindi lasciai e tornai in cielo. Dissi loro che sarei tornato, per rivederli. Trascorso questo periodo, fui rimandato sulla terra per tentare ancora di predicare agli uomini. Mio padre mi disse che la terra era invecchiata e consumata e gli uomini erano diventati cattivi, e che il mio compito era quello di riportare tutto allo stadio iniziale e migliorarlo».

Tornai dalla mia tribù per raccontare tutto ciò che il Messia mi aveva incaricato di raccontare a tutti.
"

Toro Seduto si fece raccontare tutto del viaggio da Kicking Bear. In un lampo il movimento della Ghost-dance si propagò, gli Indiani tornarono a sperare, indossavano la Ghost-shirt, un abito speciale per la Ghost-dance che avrebbe dovuto renderli forti contro le pallottole e danzavano fino a che non cadevano in estasi. In questo stato vedevano tutto come lo aveva descritto il Messia e dimenticavano la realtà della loro triste esistenza. Nonostante il movimento non avesse niente che facesse pensare alla guerra, gli agenti degli indiani osservavano con diffidenza gli indiani che si riunivano e danzavano insieme. Per ignoranza e in parte anche per odio, comunicarono che si stava preparando una rivolta e chiesero rinforzi militari. Mentre l'assassinio di Toro Seduto, in condizioni normali, avrebbe provocato una rivolta degli Sioux, ora le profezie di Wovoka che prevedevano che i bianchi in primavera sarebbero stati annientati da un'enorme massa d'acqua, li convinse a non imbracciare le armi. Ma il sogno del ritorno degli indiani morti e della scomparsa di tutti i bianchi, si infranse sotto i colpi mortali di Wounded Knee. La notizia di questa atrocità riempì Wovoka di orrore e di spavento perché mai i suoi insegnamenti avevano incitato all'uso della forza. La Ghost-dance fu praticata solo sporadicamente e più o meno, si verificò il senso del commento di Nuvola Rossa sul messaggio di Wovoka:

"Se è vero si spargerà per tutta la terra, se non è vero si scioglierà come neve sotto i raggi caldi del sole."

Il creatore del movimento della Ghost-dance morì, quasi dimenticato, il 20 ottobre 1932, nella sua capanna sul Walker Lake. Dovette infine riconoscere che per gli Indiani non vi era che una strada:

"Figli miei, figli miei! In anni molto lontani vi ho invitato ad andare a caccia o di mettervi sul sentiero di guerra. Ora tutti questi sentieri sono coperti dalla sabbia o vi è cresciuta l'erba; gli uomini giovani non riescono più a trovarli. Figli miei, oggi vi invito a seguire un nuovo sentiero, l'unico sentiero che vi resti ora aperto: il sentiero dell'uomo bianco..."

venerdì, settembre 02, 2011

Ode alla Notte


Vieni, Notte antichissima e identica,
Notte Regina nata detronizzata,
Notte internamente uguale al silenzio, Notte
con le stelle, lustrini rapidi
sul tuo vestito frangiato di Infinito.
Vieni vagamente,
vieni lievemente,
vieni sola, solenne, con le mani cadute
lungo i fianchi, vieni
e porta i lontani monti a ridosso degli alberi vicini,
fondi in un campo tuo tutti i campi che vedo,
fai della montagna un solo blocco del tuo corpo,
cancella in essa tutte le differenze che vedo da lontano di giorno,
tutte le strade che la salgono,
tutti i vari alberi che la fanno verde scuro in lontananza,
tutte le case bianche che fumano fra gli alberi
e lascia solo una luce, un'altra luce e un'altra ancora,
nella distanza imprecisa e vagamente perturbatrice,
nella distanza subitamente impossibile da percorrere.
Nostra Signora
delle cose impossibili che cerchiamo invano,
dei sogni che ci visitano al crepuscolo, alla finestra,
dei propositi che ci accarezzano
sulle ampie terrazze degli alberghi cosmopoliti sul mare,
al suono europeo delle musiche e delle voci lontane e vicine,
e che ci dolgono perché sappiamo che mai li realizzeremo.
Vieni e cullaci,
vieni e consolaci,
baciaci silenziosamente sulla fronte,
cosi lievemente sulla fronte che non ci accorgiamo d'essere baciati
se non per una differenza nell'anima
e un vago singulto che parte misericordiosamente
dall'antichissimo di noi
laddove hanno radici quegli alberi di meraviglia
i cui frutti sono i sogni che culliamo e amiamo,
perché li sappiamo senza relazione con ciò che ci può
essere nella vita.
Vieni solennissima,
solennissima e colma
di una nascosta voglia di singhiozzare,
forse perché grande è l'anima e piccola è la vita,
e non tutti i gesti possono uscire dal nostro corpo,
e arriviamo solo fin dove arriva il nostro braccio
e vediamo solo fin dove vede il nostro sguardo.
Vieni, dolorosa,
Mater Dolorosa delle Angosce dei Timidi,
Turris Eburnea delle Tristezze dei Disprezzati,
fresca mano sulla fronte febbricitante degli Umili,
sapore d'acqua di fonte sulle labbra riarse degli Stanchi.
Vieni, dal fondo
dell'orizzonte livido,
vieni e strappami
dal suolo dell'angustia in cui io vegeto,
dal suolo di inquietudine e vita-di-troppo e false sensazioni
dal quale naturalmente sono spuntato.
Coglimi dal mio suolo, margherita trascurata,
e fra erbe alte margherita ombreggiata,
petalo per petalo leggi in me non so quale destino
e sfogliami per il tuo piacere,
per il tuo piacere silenzioso e fresco.
Un petalo di me lancialo verso il Nord,
dove sorgono le città di oggi il cui rumore ho amato come un corpo.
Un altro petalo di me lancialo verso il Sud
dove sono i mari e le avventure che si sognano.
Un altro petalo verso Occidente,
dove brucia incandescente tutto ciò che forse è il futuro,
e ci sono rumori di grandi macchine e grandi deserti rocciosi
dove le anime inselvatichiscono e la morale non arriva.
E l'altro, gli altri, tutti gli altri petali
– oh occulto rintocco di campane a martello nella mia anima! –
affidali all'Oriente,
l'Oriente da cui viene tutto, il giorno e la fede,
l'Oriente pomposo e fanatico e caldo,
l'Oriente eccessivo che io non vedrò mai,
l'Oriente buddhista, bramanico, scintoista,
l'Oriente che è tutto quanto noi non abbiamo,
tutto quanto noi non siamo,
l'Oriente dove – chissà – forse ancor oggi vive Cristo,
dove forse Dio esiste corporalmente imperando su tutto...
Vieni sopra i mari,
sopra i mari maggiori,
sopra il mare dagli orizzonti incerti,
vieni e passa la mano sul suo dorso ferino,
e calmalo misteriosamente,
o domatrice ipnotica delle cose brulicanti!
Vieni, premurosa,
vieni, materna,
in punta di piedi, infermiera antichissima che ti sedesti
al capezzale degli dei delle fedi ormai perdute,
e che vedesti nascere Geova e Giove,
e sorridesti perché per te tutto è falso, salvo la tenebra e il silenzio,
e il grande Spazio Misterioso al di la di essi... Vieni, Notte silenziosa ed estatica,
avvolgi nel tuo mantello leggero
il mio cuore... Serenamente, come una brezza nella sera lenta,
tranquillamente, come un gesto materno che rassicura,
con le stelle che brillano (o Travestita dell'Oltre!),
polvere di oro sui tuoi capelli neri,
e la luna calante, maschera misteriosa sul tuo volto.
Tutti i suoni suonano in un altro modo quando tu giungi
Quando tu entri ogni voce si abbassa
Nessuno ti vede entrare
Nessuno si accorge di quando sei entrata,
se non all'improvviso, nel vedere che tutto si raccoglie,
che tutto perde i contorni e i colori,
e che nel cielo alto, ancora chiaramente azzurro e bianco all'orizzonte,
già falce nitida, o circolo giallastro, o mero diffuso biancore, la luna comincia il suo giorno.


(F. Pessoa)

giovedì, agosto 18, 2011

Non avessi sperato in te


Non avessi sperato in te
e nel fatto che non sei un poeta
di solo amore
tu che continui a dirmi
che verrai domani
e non capisci che per me
il domani e' gia' passato.



- Alda Merini -


venerdì, agosto 05, 2011

Si immagini ora un uomo


“Nulla è più nostro: ci hanno tolto gli abiti, le scarpe, anche i capelli; se parleremo, non ci ascolteranno, e se ci ascoltassero, non ci capirebbero. Ci toglieranno anche il nome: e se vorremo conservarlo, dovremo trovare in noi la forza di farlo, di fare sì che dietro al nome, qualcosa ancora di noi, di noi quali eravamo, rimanga.”

“Si immagini ora un uomo a cui, insieme con le persone amate, vengano tolti la sua casa, le sue abitudini, i suoi abiti, tutto infine, letteralmente tutto quanto possiede: sarà un uomo vuoto, ridotto a sofferenza e bisogno, dimentico di dignità e discernimento, poiché accade facilmente, a chi ha perso tutto, di perdere se stesso; tale quindi, che si potrà a cuor leggero decidere della sua vita o morte al di fuori di ogni senso di affinità umana; nel caso più fortunato, in base ad un puro giudizio di utilità. Si comprenderà allora il duplice significato del termine << Campo di annientamento >>, e sarà chiaro che cosa intendiamo esprimere con questa frase: giacere sul fondo.”

“ Eccomi dunque sul fondo. A dare un colpo di spugna al passato e al futuro si impara assai presto, se il bisogno preme. Dopo quindici giorni dall’ingresso, già ho la fame regolamentare, la fame cronica sconosciuta agli uomini liberi, che fa sognare di notte e siede in tutte le membra dei nostri corpi; già ho imparato a non lasciarmi derubare, e se anzi trovo in giro un cucchiaio, uno spago, un bottone di cui mi possa appropriare senza pericolo di punizione, li intasco e li considero miei di pieno diritto. Già mi sono apparse, sul dorso dei piedi, le piaghe torpide che non guariranno. Spingo vagoni, lavoro di pala, mi fiacco alla pioggia , tremo al vento; già il mio stesso corpo non è più mio: ho il ventre gonfio e le membra stecchite, il viso tumido al mattino e incavato a sera; qualcuno fra noi ha la pelle gialla, qualche altro grigia: quando non ci vediamo per tre o quattro giorni, stentiamo a riconoscerci l’un l’altro.”


(Se questo è un uomo – Primo Levi)

mercoledì, luglio 27, 2011

Il Grande Spirito parla al nostro cuore


CANZONE DELLA LUNA NUOVA - Takelma
da: "49 canti degli Indiani d'America" Ed. Mondadori

Io prospererò, e rimarrò, e anche se i malevoli dicessero:
«Vorrei che fosse morto!", proprio come te risorgerò ogni volta; come risorgi tu, dopo che i rospi della notte e i ramarri ti hanno divorata. Tu torni sempre e proprio come te io tornerò al momento giusto, ritornerò.

LA CREAZIONE DEL CIELO
La Prima Donna dispose le stelle
per aiutare la Luna a far luce.
Ad una ad una le ordinò per bene,
in forma di animali luccicanti
appesi alla notte.
Ma il Vecchio Coyote irruppe festoso,
e sparse le stelle come oggi le vedi.
(Algonkin Blackfeet)

tratta da: Canti degli Indiani d'America

Chochise

FRATELLI MIEI - Tatanka Iyotake o Tatanka Yotanka,Toro Seduto, Sioux
da: "Il Grande Spirito parla al nostro cuore" Ed. Red Acquista

Guardate, fratelli miei, la primavera è arrivata;
la terra ha ricevuto l'abbraccio del sole
e noi vedremo presto i risultati di questo amore!
Ogni seme si è svegliato.
E così anche tutta la vita animale.
E grazie a questo potere che noi esistiamo.
Noi perciò dobbiamo concedere ai nostri vicini,
anche ai nostri vicini animali,
il nostro stesso diritto di abitare questa terra.

LA PIOGGIA-BAMBINO
da: "49 canti degli Indiani d'America" Ed. Mondatori

Nella Donna-Sorgente ancora una volta,
cade una goccia dell'Uomo-Acqua,
dà vita, all'incontro, alla Pioggia-Bambino.

(Navajo)

mercoledì, luglio 20, 2011

Chernobyl, 25 anni dopo



26 aprile 1986: il giorno del più grave disastro nucleare della storia. A distanza di 25 anni, l'area conta qualche centinaio di abitanti. Ma la paura rimane…

Pochi anni prima della sua distruzione, era un importante centro industriale e commerciale dell'Ucraina settentrionale, a 100 km a Nord di Kiev. Il nome della città deriva da una combinazione tra chornyi e byllia ed il suo significato letterale sarebbe "stelo d’erba nero". Nel suo nome, il suo destino.

Il disastro nucleare è accaduto nei pressi della città di Pripjat, di cui rimane soltanto mura, macerie e desolazione. Černobyl, a solo 30 km dalla centrale, è stata relativamente poco colpita rispetto alle altre città limitrofe: le sue radiazioni sono state diffuse rapidamente verso nord, in Bielorussia. Per poi giungere in Europa. Un'emissione centinaia di volte superiore a quella delle bombe sganciate su Hiroshima e Nagasaki.

A causare la catastrofe ambientale una serie di cause concatenate causate da errori del personale: nel corso di una simulazione di guasto al sistema di raffreddamento, le barre di uranio del nocciolo del reattore nucleare si surriscaldarono per davvero, fino alla fusione del nocciolo del reattore n° 4, con due conseguenti esplosioni che fecero scoperchiare la copertura e disperdere nell'aria le particelle radioattive. 36 ore dopo l'incidente l'area di Černobyl fu evacuata.

Nell'ottobre del 1988 si pensò di radere al suolo una parte della città a causa del forte inquinamento radioattivo, ma tale soluzione avrebbe prodotto un ulteriore sollevamento di particelle che si erano depositate negli anni. Oggi vi risiedono ancora operai governativi, impegnati nella rimozione delle scorie nucleari. E 700 persone, soprattutto anziani, che hanno scelto di tornare alle loro case, incuranti del pericolo.

Dopo 25 anni, il bilancio della catastrofe suscita ancora controversie. Secondo le autorità ucraine 5 milioni di persone hanno sofferto le conseguenze della tragedia. Per Greenpeace il numero varierebbe da 100 mila a 400 mila. Secondo uno studio pubblicato del 2006, i casi di cancro dovuti alla contaminazione di Chernobyl sono stimati in 270mila. Ma l'Unscear, la commissione scientifica dell'Onu per gli effetti delle radiazioni nucleari, riconosce solo 31 vittime dirette dell'incidente, tra operatori e pompieri. Perplessità. Numeri a parte, Cernobyl ha comunque insegnato qualcosa all’umanità intera. Non dimentichiamolo.


(da http://viaggi.libero.it/news)

lunedì, luglio 04, 2011

Il Labirinto più grande al mondo


Sta sorgendo a Fontanellato (Parma) il più grande labirinto del mondo, da un'idea di Franco Maria Ricci: un personaggio che per molti anni ha disegnato libri d'arte sofisticati e una rivista storica (la FMR). Ora, a 72 anni, ha deciso di dedicarsi a questa sua grande passione, ovvero realizzare quello che al termine dei lavori (previsto per il 2013) sarà il più grande labirinto del mondo, fatto di piante. Si cercherà di terminare i lavori nel 2013 in quanto in quell'anno cadrà il bicentenario della morte di Giambattista Bodoni, famoso incisore, tipografo e stampatore italiano morto a Parma il 29/11/1813.
Il labirinto ha sempre evocato grande fascino nei popoli e in ogni epoca: il labirinto è una struttura, solitamente di vaste dimensioni, costruita in modo tale che risulti difficile per chi vi entra trovare l'uscita (definizione di wikipedia). La memoria va subito al mitico labirinto di Cnosso, che secondo la mitologia greca fu fatto costruire dal Re Minosse sull'isola di Creta per racchiudervi il Minotauro (il mostro che era nato dall'unione tra sua moglie e un toro): il labirinto era stato costruito dalla mente geniale di Dedalo, assieme ad Icaro, ed era così intricato che loro stessi ne rimasero prigionieri al termine della costruzione (fu in questa occasione che Dedalo costruì delle ali che, appiccicandole alle spalle con della cera, permise loro di volare ed uscirne fuori). Il Minotauro (che divorava ogni anno sette bambini e sette bambine di Atene) fu poi ucciso da Teseo, il quale uscì dal labirinto grazie al filo che Arianna gli aveva dato e che aveva lasciato scorrere lungo il suo percorso.
Ma torniamo alla notizia, che ho trovato sull'inserto Il Venerdì del quotidiano la Repubblica del 04/06/2010 (articolo di Alessandro Gandolfi). Dunque il sig. Franco Maria Ricci vuole realizzare questo enorme labirinto vegetale: 8 ettari di superficie, un quadrato con lato di 300 metri, per un percorso totale al suo interno di ben 3 km costituito da “muri” vegetali di bambù alti ben 5 metri (sono state piantate 60.000 piante di bambù di 25 specie diverse provenienti dalla Liguria, dalla Francia e dalla Cina settentrionale)! Questo labirinto sarà l'attrazione principale di un parco culturale aperto al pubblico e guidato da una fondazione: ospiterà un museo, un ristorante, un'area per esposizioni temporanee e una libreria. All'uscita del labiritno ci sarà una cappella a forma di piramide perchè, come dice Ricci, è “simbolo della Trinità cattolica ma anche della massoneria, dei rivoluzionari, del laicismo e in generale del mistero”. L'idea di quest'opera gli è venuta perchè come dice lui stesso “Ho sempre pensato che un uomo a 65 anni dovrebbe smettere di fare ciò che ha fatto per una vita” ma anche, e soprattutto, per dare un segnale di contrasto alla crisi in cui versano i musei pubblici. Dice infatti: “Il visitatore oggi entra nei castelli, ammira le mostre tematiche, è attratto dalle collezioni private rese attraenti da una bella confezione. Ecco, il parco permetterà ai visitatori di trascorrere una domenica diversa, di godere delle opere d'arte ma anche di divertirsi”. Il labirinto è stato disegnato dallo stesso Ricci assieme all'architetto torinese Davide Dutto ed è stato ispirato da due mosaici romani, uno conservato al Kunsthistoriches Museum di Vienna ed uno al Museo del Bardo di Tunisi.
Molto tempo fa, Franco Maria Ricci parlò di questa sua idea con Jorge Luis Borges (grande scrittore e poeta argentino morto nel 1966), il quale gli disse: “Il tuo labirinto non sarà mai il più grande del mondo, il più grande è il deserto”.

(articolo tratto da http://90meteo.blogspot.com)

martedì, giugno 14, 2011

Nessuno mi ha riconosciuto


Nessuno mi ha riconosciuto sotto la maschera dell'identità con gli altri, né ha mai saputo che ero maschera, perché nessuno sapeva che a questo mondo esistono i mascherati. Nessuno ha supposto che a mio lato ci fosse sempre un altro che in fondo ero io. Mi hanno sempre creduto identico a me stesso.
Tutti noi viviamo distanti e anonimi; dissimulati, soffriamo da sconosciuti. Ad alcuni, però, questa distanza fra loro stessi e un altro essere non si rivela mai; per altri è talvolta illuminata, di orrore o di pena, da un lampo senza limiti; ma per altri essa non è altro che la dolorosa costanza e quotidianità della vita.
Sapere esattamente che chi siamo non ci riguarda, che ciò che vogliamo è ciò che non vorremmo, né forse qualcuno ha voluto; sapere tutto questo a ogni minuto, sentire tutto questo in ogni sentimento, non significherà essere straniero nella propria anima, esiliato nelle proprie sensazioni?


(Fernando Pessoa, "Il Libro dell'Inquietudine di Bernardo Soares")