martedì, giugno 14, 2011

Nessuno mi ha riconosciuto


Nessuno mi ha riconosciuto sotto la maschera dell'identità con gli altri, né ha mai saputo che ero maschera, perché nessuno sapeva che a questo mondo esistono i mascherati. Nessuno ha supposto che a mio lato ci fosse sempre un altro che in fondo ero io. Mi hanno sempre creduto identico a me stesso.
Tutti noi viviamo distanti e anonimi; dissimulati, soffriamo da sconosciuti. Ad alcuni, però, questa distanza fra loro stessi e un altro essere non si rivela mai; per altri è talvolta illuminata, di orrore o di pena, da un lampo senza limiti; ma per altri essa non è altro che la dolorosa costanza e quotidianità della vita.
Sapere esattamente che chi siamo non ci riguarda, che ciò che vogliamo è ciò che non vorremmo, né forse qualcuno ha voluto; sapere tutto questo a ogni minuto, sentire tutto questo in ogni sentimento, non significherà essere straniero nella propria anima, esiliato nelle proprie sensazioni?


(Fernando Pessoa, "Il Libro dell'Inquietudine di Bernardo Soares")

lunedì, maggio 23, 2011

L'Inferno dentro

Il reportage di Nicola Gronchi, fotografo di Shoot4Change, racconta la storia del manicomio di Volterra, diventato tristemente “famoso”, dopo la sua chiusura, per i graffiti di Nannetti Oreste Fernando. 180 metri di muro esterno in cui NOF4, come lui stesso si firmava, ha inciso nei lunghi anni di degenza un’opera enciclopedica di sentimenti, biografie e crimini subiti e testimoniati. Parole, poesie, disegni scavati nella pietra gialla con la fibbietta del gilet della divisa dei matti reclusi. Questo lavoro rappresenta una cruda testimonianza e uno spunto di riflessione su Franco Basaglia, psichiatra e neurologo italiano che si è battuto per la chiusura, nel 1978, dei manicomi in Italia. L'Ospedale psichiatrico di Volterra, nato nel 1888, conobbe negli anni cinquanta e sessanta, un vasto sviluppo tale da essere considerato, fino alla famosa legge Basaglia del 1978, uno dei manicomi più grandi d’Italia con oltre 100 mila metri cubi di volume. “Andare a Volterra” significava spesso finire internati nell'Ospedale Psichiatrico Ferri, una struttura composta da tre edifici principali in cui trovarono ricovero anche 6000 persone contemporaneamente, con un numero di 20 lavandini e 2 gabinetti ogni 200 degenti: un vero e proprio inferno sulla terra, in cui si poteva essere rinchiusi ai primi sintomi di depressione, di presunta schizofrenia o anche per accuse politiche o di morale. Trattamenti a base di scariche elettriche, coma indotto con insulina e tutto un prontuario di pillole e veleni somministrati per “testare” i risultati ignorando completamente le conseguenze spesso irreversibili sui pazienti scelti per tale trattamento. Attualmente (2011) la struttura è in un profondo, tragico e inquietante processo di totale abbandono e il camminare in quei luoghi, in quelle stanze trasmette un infinito senso di rabbia e impotenza, sentimenti che insieme alla solitudine venivano sicuramente percepiti dai pazienti rinchiusi in un inferno senza tempo.

martedì, maggio 17, 2011

Pripyat


(articolo tratto da http://viaggi.libero.it/)

La città fantasma ucraina

C'era una volta una città pensata per ospitare i lavoratori di Cernobyl. E oggi che cosa rimane? Scoprite con noi i segreti di Pripyat.

I suoi lavori di costruzione iniziarono appena quarant’anni fa, esattamente il 4 febbraio 1970: nacque con le intenzioni di accogliere i lavoratori ed i costruttori della centrale nucleare di Chernobyl, con le loro relative famiglie. La qualità della vita qui era alta, rispetto al resto dell’Unione Sovietica: nel 1986 si contavano circa 47mila abitanti. Prima dell’abbandono definitivo in seguito al disastro nucleare: il 26 aprile 1986 si verifica il più grave incidente nucleare della storia.
Qui tutto era moderno e funzionale: due ospedali, di cui uno pediatrico, due hotel, un centro commerciale, tanti ristoranti, bar, cinema, teatro, piscina coperta ed aiuole. Tante aiuole, tanto da essere stata battezzata come la Città dei fiori. La città è attualmente completamente disabitata: tutto è fermo a quel mese di aprile, quando l’uomo si è distrutto con le sue stesse mani.

Tutto è come allora: macchine da scontro, bambole abbandonate per strada, case completamente arredate, armadi pieni, tavole apparecchiate e fotografie sparse per gli uffici. Come nel peggiore dei film del terrore. Gli abitanti lasciarono la città con la convinzione che la loro sarebbe stata un’assenza temporanea, un massimo di tre settimane, a causa di "un lieve incidente" avvenuto alla Centrale elettronucleare, come in prima battuta venne loro detto. Il resto è storia.

Eppure qui vive ancora un gruppo esiguo di persone che ha voluto riappropriarsi delle proprie case a costo della propria vita. O di quel che ne è rimasto. E vivono tra edifici pericolanti e alimenti radioattivi, strade a rischio di crollo e la puzza di morte urbana che si respira in ogni angolo della città. Insieme ad animali selvatici che si sono impadroniti della zona e che sono sottoposti ad i venti radioattivi che si diffondono ancora per intere miglia.

Dalle strade asfaltate fuoriescono piante ed alberi, i supermercati ancora pieni emanano odori di muffe, l’acqua dei torrenti è contaminata. Il parco giochi, allestito per i festeggiamenti del primo maggio, è la zona più radioattiva, essendo la zona più vicina a Chernobyl. Qui il vento portò le prime particelle radioattive, giunte qui dopo aver distrutto la foresta in poche ore, soprannominata Foresta Rossa per il colore che assunse a causa della contaminazione. Si calcola che le radiazioni rimarranno nell’area per circa 48mila anni. E che la zona potrà essere nuovamente abitata tra circa 600 anni. Nella speranza che l’uomo inizi ad imparare dai propri errori.


venerdì, maggio 06, 2011

Quando mi vieni a prendere ?


Anche se non amo particolarmente Luciano Ligabue devo ammettere che questa canzone del suo ultimo disco, del 2010, "Arrivederci, Mostro!" è veramente emozionante... secondo me, leggendo il testo, ti distrugge anima e corpo... parla di un orribile fatto accaduto in un asilo belga, a Dendermonde, quando il 23/01/2009 un adolescente fece irruzione vestito da Joker e uccise alcuni bimbi e una maestra... Ligabue descrive la tragedia dal punto di vista di uno dei piccoli... mamma mia...


"Mia madre che ha insistito che facessi colazione
e sa che la mattina il mio stomaco si chiude
ho finto di esser stanco, ho finto di star male
lei non ci casca più e io non schivo più l’asilo

In macchina si è messa a cantarmi una canzone
è sempre molto bella
anche se oggi non mi tiene
Il latte viene su
e mi comincio a preoccupare
che in mezzo a tutti gli altri
mi vergogno a vomitare

Quando mi vieni a prendere?
Quando finisce scuola?
Quando torniamo ancora insieme a casa?
Quando mi vieni a prendere?
Dammi la tua parola.
Quando giochiamo insieme a qualche cosa?

E la maestra oggi
sembra molto più nervosa
non so se è colpa nostra
o se sente chissà cosa
un paio di noi altro le fanno sempre fare il pieno
e io vorrei soltanto
che non mi stessero vicino

e poi è stato come quando tolgono la luce
e la maestra urlava come con un’altra voce.
Se non stiamo buoni arriva forse l’uomo nero
io prima ho vomitato e lui adesso è qui davvero

Quando mi vieni a prendere?
Quando finisce scuola?
Quando torniamo ancora insieme a casa?
Quando mi vieni a prendere?
Dammi la tua parola.
Vieni un po' prima fammi una sorpresa

L'uomo nero forse è qui
perchè ci vuol mangiare
non vedo la forchetta
ma il coltello può bastare
ti chiedo scusa mamma se ti ho fatta un po' arrabbiare
ma fai fermare tutto
che ho capito la lezione
e tu e papà che litigate spesso sul futuro
e io che sempre chiedo
ma il futuro che vuol dire

e l'uomo nero gioca
e questo gioco quanto dura
forse dopo questo gioco
avrò meno paura

Quando mi vieni a prendere?
Quando finisce scuola?
Quando torniamo ancora insieme a casa?
Quando mi vieni a prendere?
Dammi la tua parola.
Ti devo chiedere un'altra volta scusa

e la maestra adesso è sdraiata e sta dormendo
i miei amici urlano, qualcuno sta ridendo
ci sono le sirene e sono sempre più vicine
che giochi enormi che sa organizzare l’uomo nero
i miei amici ora stanno solamente urlando
e tutti quanti insieme
è proprio me che stan guardando
ma non ho scelto io di stare qui con l'uomo nero
appena lui mi lascia
è con voi che voglio stare

Quando mi vieni a prendere?
Quando finisce scuola?
Quando torniamo ancora insieme a casa?
Quando mi vieni a prendere?
Dammi la tua parola.
Vieni un po’ prima
fammi una sorpresa".


(Luciano Ligabue)

giovedì, maggio 05, 2011

Agli amici


Cari amici, qui dico amici
Nel senso vasto della parola:
Moglie, sorella, sodali, parenti,
Compagne e compagni di scuola,
Persone viste una volta sola
O praticate per tutta la vita:
Purché fra noi, per almeno un momento,
Sia stato teso un segmento,
Una corda ben definita.

Dico per voi, compagni d’un cammino
Folto, non privo di fatica,
E per voi pure, che avete perduto
L’anima, l’animo, la voglia di vita:
O nessuno, o qualcuno, o forse un solo, o tu
Che mi leggi: ricorda il tempo,
Prima che s’indurisse la cera,
Quando ognuno era come un sigillo.
Di noi ciascuno reca l’impronta
Dell’amico incontrato per via;
In ognuno la traccia di ognuno.
Per il bene od il male
In saggezza o in follia
Ognuno stampato da ognuno.
Ora che il tempo urge da presso,
Che le imprese sono finite,
A voi tutti l’augurio sommesso
Che l’autunno sia lungo e mite.

16 dicembre 1986


(II vol. delle Opere di Primo Levi, Torino, Einaudi, 1988)

sabato, aprile 23, 2011

Bacio



Bacio che sopporti il peso
della mia anima breve
in te il mondo del mio discorso
diventa suono e paura.

- Alda Merini -

martedì, aprile 12, 2011

Sotto il mistero della "luna rosa"

"You can take the road that takes you to the stars now
I can take a road that'll see me through"
(Nick Drake, "Road")

New York, autunno 2001.
Una ragazza di vent'anni stringe il suo lettore cd portatile mentre si fa largo tra la folla della metropolitana, cercando un angolo libero dove appoggiare lo zaino pieno di libri e barrette di muesli.
Ogni certezza sembra essere andata in frantumi insieme alle macerie di Ground Zero. Reparti della Guardia Nazionale in tenuta mimetica squadrano i ragazzi in coda per un bagel, mentre i volantini pubblicitari reclamizzano maschere antigas e tute anticontaminazione. "Prendere la metro, a quei tempi, era un po' come cercare la morte", ricorda. "Credevo che chiunque portasse uno zaino volesse uccidermi".
Solo la musica nelle sue cuffie le testimonia di avere ancora un cuore che non ha smesso di battere. Il disco è sempre lo stesso, ogni giorno, lungo il tragitto che la porta fino alla Columbia University: "Pink Moon" di Nick Drake. "Era l'unico tra i dischi che avevo in cui riuscissi a trovare ancora un significato. Mi aggrappavo a lui come a una zattera, stringendolo forte e raggomitolandomi sul suo ventre, mentre tutti quelli intorno a me si strafacevano di lavoro, alcool e pasticche nel vano tentativo di dimenticare la visione di corpi umani che cadono da un grattacielo, esplodono in mille pezzi su un aereo, vengono schiacciati da mezzo milione di tonnellate di cemento e acciaio".
Sono passati dieci anni e quella studentessa è diventata una delle firme emergenti del giornalismo musicale americano: Amanda Petrusich, già autrice del fascinoso "It Still Moves", dedicato all'universo dell'Americana. Ma quell'intima simbiosi con la musica di Nick Drake per lei non è cambiata, e il nuovo capitolo della collana "Tracks" di No Reply, incentrato proprio su "Pink Moon", ne è la più vivida delle testimonianze.

Londra, autunno 1971.
È notte fonda ai Sound Techniques, i celebri studi di registrazione ricavati in una vecchia stalla di Chelsea. Un ragazzo dai capelli ondulati e polverosi imbraccia la propria chitarra acustica e comincia a suonare davanti al microfono. Fatica persino ad articolare le parole, ma le sue canzoni hanno una purezza che lascia senza fiato. "I più oscuri e intossicanti ventotto minuti di musica acustica mai incisi su disco", li definisce Amanda Petrusich.
Comincia dalla fine, il suo racconto: dalla morte di Drake tra le pareti austere della sua stanza di Far Leys, la tenuta di famiglia nella campagna del Warwickshire. Ma il ritratto che traccia si distacca subito dai facili stereotipi dell'artista depresso: "è ancora sin troppo facile vedere in quella morte un gesto romantico", scrive. "E così l'intera storia di Drake viene travisata, trasformata in un romanzo lungo e fitto di tormenti, che parla di arte, depressione, giovinezza, vuoto". La tentazione, di fronte alla penuria di tracce lasciate alle proprie spalle negli appena ventisei anni di una vita schiva e introversa, è quella di trasformare Drake in una proiezione di se stessi: come spiega il biografo Patrick Humphries, "Nick Drake diventa una tela bianca su cui gli ammiratori possono dipingere la propria immagine, proiettare la loro vita e i loro problemi, uno specchio in cui vedere il dolore e le promesse non mantenute".
L'unico modo di non tradirlo, allora, è partire dall'unica, autentica memoria che Drake ha voluto lasciare: le sue canzoni. Per farlo, Amanda Petrusich si affida alle voci di alcuni dei più sinceri testimoni della sua eredità: da M. Ward a Damien Jurado, da Lou Barlow a Tim Rutili dei Califone, a fare da contrappunto alla narrazione sono gli interventi di una serie di artisti che rievocano il significato della rivelazione nuda e penetrante di "Pink Moon" nella loro vita.

Non è tanto nella ricostruzione biografica (che pure sfata qualche leggenda, come quella secondo cui Drake avrebbe lasciato senza una parola i nastri di "Pink Moon" alla reception della Island Records) che va ricercato l'interesse del libro. E neppure nell'analisi strettamente musicale del disco, per quanto ricca di dettagli sull'inconfondibile tecnica chitarristica di Drake. Sono piuttosto le vicende della singolare vita post mortem di "Pink Moon" ad attirare l'attenzione di Amanda Petrusich, che racconta la riscoperta di Nick Drake da parte dell'America degli anni Zero. Tutto merito di uno spot realizzato nel 2000 per la Volkswagen dai futuri registi di "Little Miss Sunshine", Jonathan Dayton e Valerie Faris, che aveva come colonna sonora proprio la sognante ode di Drake alla luna rosa: pochi giorni dopo la sua messa in onda, le vendite dell'album raddoppiarono all'istante. È stato l'inizio di un imprevedibile successo postumo, da cui Amanda Petrusich trae spunto per riflettere sull'evoluzione del rapporto tra musica e pubblicità: un passaggio culturale che ha visto tramontare una volta per tutte l'idea secondo cui le canzoni prestate agli spot rappresenterebbero una sorta di "tradimento artistico" e che viene analizzato nelle pagine del libro con l'ausilio delle opinioni di copywriter e registi, oltre che di un profondo conoscitore della scena underground a stelle e strisce come Michael Azerrad (autore della recente retrospettiva "American Indie").
A completare il quadro, l'edizione italiana del volume offre poi il contributo - come sempre attento e appassionato - di Antonio Puglia, che oltre a curare la traduzione del libro firma anche una postfazione dedicata alle sorti di Nick Drake in terra italica. Dal primo lavoro biografico di Luca Ferrari ("Un'anima senza impronte"), risalente alla metà degli anni Ottanta, fino al personalissimo omaggio di Stefano Pistolini ("Le provenienze dell'amore"), Antonio Puglia segue le tracce di Drake non solo tra gli scaffali delle librerie, ma anche al cinema (da Paolo Virzì a Maria Sole Tognazzi) e soprattutto nella musica, dando spazio ai pensieri di cantautori come Roberto Angelini e Fabrizio Cammarata (aka The Second Grace).

Oggi "Pink Moon" mantiene ancora intatto il suo mistero: tutti ricordano il primo ascolto, eppure confessano al tempo stesso di non riuscire a sostenere a lungo quell'intensità. Amanda Petrusich non ha un attimo di esitazione: "Pink Moon è l'unico disco che mi serve. A volte in modo persino disperato". Perché quello di cui abbiamo davvero bisogno è qualcuno che ci mostri chi siamo. Ed è per questo che vale la pena di accettare l'invito di quella studentessa con gli auricolari, seduta di fronte al finestrino della metropolitana, e decidere di dare ancora una volta alla voce di Nick Drake la possibilità di ferirci: "è allora che mi sento grata per la compagnia di tutti quelli che conosco, felice di essere viva, eternamente riconoscente per gli sbuffi d'aria che continuano a passarmi attraverso i polmoni".

Autore: Amanda Petrusich
Titolo: Pink Moon
Editore: No Reply
Pagine: 160
Prezzo: Euro 12,00


(da www.ondarock.it)

lunedì, marzo 21, 2011

EMERGENCY CONDANNA LA GUERRA IN LIBIA



Ancora una volta i governanti hanno scelto la guerra. Oggi la guerra è “contro Gheddafi”: ci viene presentata, ancora una volta, come umanitaria, inevitabile, necessaria.

Nessuna guerra può essere umanitaria. La guerra è sempre stata distruzione di pezzi di umanità, uccisione di nostri simili. “La guerra umanitaria” è la più disgustosa menzogna per giustificare la guerra: ogni guerra è un crimine contro l’umanità.

Nessuna guerra è inevitabile. Le guerre appaiono alla fine inevitabili solo quando non si è fatto nulla per prevenirle. Se i governanti si impegnassero a costruire rapporti di rispetto, di equità, di solidarietà reciproca tra i popoli e gli Stati, se perseguissero politiche di disarmo e di dialogo, le situazioni di crisi potrebbero essere risolte escludendo il ricorso alla forza. Non è stato questo il caso della Libia: i nostri governanti, gli stessi che ora indicano la guerra come necessità, fino a poche settimane fa hanno finanziato, armato e sostenuto il dittatore Gheddafi e le sue continue violazioni dei diritti umani dei propri cittadini e dei migranti che attraversano il Paese.

Nessuna guerra è necessaria. La guerra è sempre una scelta, non una necessità. È la scelta disumana, criminosa e assurda di uccidere, che esalta la violenza, la diffonde, la amplifica. È la scelta dei peggiori tra gli esseri umani.

Ai governanti che vedono la guerra come unica risposta ai problemi del mondo, rivolgiamo di nuovo l’appello del 1955 di Bertrand Russell e Albert Einstein nel loro Manifesto:

«Questo dunque è il problema che vi presentiamo, netto, terribile ed inevitabile: dobbiamo porre fine alla razza umana oppure l'umanità dovrà rinunciare alla guerra?»

Come ha scritto il grande storico statunitense Howard Zinn: «Ricordo Einstein che in risposta ai tentativi di “umanizzare” le regole della guerra disse: “la guerra non si può umanizzare, si può solo abolire”. Questa profonda verità va ribadita continuamente: che queste parole si imprimano nelle nostre menti, che si diffondano ad altri, fino a diventare un mantra ripetuto in tutto il mondo, che il loro suono si faccia assordante e infine sommerga il rumore dei fucili, dei razzi e degli aerei».

Emergency è contro la guerra, contro tutte le guerre. Ce lo impongono la nostra esperienza, la nostra etica e la nostra cultura, la nostra umanità prima ancora che la nostra Costituzione.

Chiediamo che tacciano le armi e che si riprenda il dialogo, anche attraverso l’invio degli ispettori delle Nazioni Unite e di osservatori della comunità internazionale; chiediamo l’apertura immediata di un corridoio umanitario per portare assistenza alla popolazione libica.



Ufficio Stampa e comunicazione
EMERGENCY
Via Vida 11
20127 Milano

domenica, marzo 13, 2011

ANNIVERSARIO


Al tempo in cui festeggiavano il giorno del mio compleanno,
io ero felice e nessuno era morto.
Nella casa antica, perfino il mio compleanno era una tradizione secolare,
e l’allegria di tutti, e la mia, era giusta come una religione qualsiasi.

Al tempo in cui festeggiavano il giorno del mio compleanno,
avevo la grande salute di non capire alcunché,
di essere intelligente per quelli della famiglia,
e di non aver le speranze che gli altri avevano in mia vece.
Quando arrivai ad avere speranze, non sapevo più avere speranze.
Quando arrivai a guardare la vita, avevo perso il senso della vita.

Sì, quello che fui di supposto per me stesso,
quello che fui di cuore e famiglia,
quello che fui di veglie di semiprovincia,
quello che fui perché mi amavano e perché ero bambino,
quello che fui – Dio mio!, quello che solo oggi so di essere stato...
Com’è lontano!...
(Nemmeno l’eco...)
Il tempo in cui festeggiavano il giorno del mio compleanno!

Ciò che oggi sono è come l’umidità nel corridoio in fondo alla casa,
che provoca muffa nelle pareti...
Ciò che oggi sono (e la casa di quelli che mi hanno amato trema attraverso le mie
[lacrime),
ciò che oggi sono è che abbiano venduto la casa,
è che tutti siano morti,
è che io sia sopravvissuto a me stesso come un fiammifero freddo...

Al tempo in cui festeggiavano il giorno del mio compleanno...
Quale oggetto d’amore è per me quel tempo, come una persona!
Desiderio fisico dell’anima di essere lì un’altra volta,
attraverso un viaggio metafisico e carnale,
con una dualità da me a me...
Mangiare il passato come pane per l’affamato, senza tempo di burro sotto i denti!

Vedo tutto ancora una volta con una nitidezza che mi rende cieco alle cose presenti...
La tavola apparecchiata con dei posti in più, con la porcellana migliore, con dei
[bicchieri in più,
la credenza con molte cose – dolci, frutta, il resto nell’ombra sotto la scansia –,
le vecchie zie, i cugini estranei, e tutto era per me,
al tempo in cui festeggiavano il giorno del mio compleanno...

Fermati, cuore mio!
Non pensare! Lascia il pensiero alla testa!
Oh mio Dio, mio Dio, mio Dio!
Oggi non compio più gli anni.
Perduro.
I miei giorni si addizionano.
Sarò vecchio quando lo sarò.
Nient’altro.
Rabbia di non aver portato in tasca il passato rubato!

Il tempo in cui festeggiavano il giorno del mio compleanno!...



15 ottobre 1929



(di Fernando Pessoa, da "Poesie di Álvaro de Campos")