martedì, giugno 04, 2013

BRUCE SPRINGSTEEN/ Il concerto di Padova: la notte di Born to Run (e del fantasma di Tom Joad)

Luca Franceschini

sabato 1 giugno 2013

Che sarebbe stata una serata particolare lo abbiamo capito già nel pomeriggio. Attorno alle 17.30, con l’Euganeo ancora in via di riempimento, ecco arrivare Bruce Springsteen in tenuta pre concerto, giacchetta di pelle e occhiali da sole. Saluta sorridente, imbraccia l’acustica e via con una insolita versione di “The promised land”. Il tempo di realizzare che cosa sta succedendo ed ecco che parte anche “Growin’ up”. Poi un semplice “See you later” e via di nuovo nel backstage, così come era apparso.
Improvvisate di questo genere non sono nuove nella carriera del rocker del New Jersey e in questo ultimo tour sembrano diventate più frequenti. Lo aveva fatto anche a Napoli, pochi giorni fa e sono regali che i fan più affezionati, giunti ore prima sul luogo del concerto, non dimenticano mai tanto facilmente. Tre ore dopo, poco prima delle 21, si inizia nuovamente. Bruce ricompare sul palco da solo, chitarra acustica e armonica e attacca una “Ghost of Tom Joad” tirata allo spasimo, una esecuzione tesa e commovente come mai mi era capitato di ascoltare. Non esagero se dico che valeva la pena esserci solo per questo unico brano.
Poi arriva la band e si parte tutti insieme: “Long walk home” è il pezzo scelto per aprire, così come talvolta è
accaduto in questa leg europea. Un brano bellissimo, una perla del repertorio recente del Boss, che dice, dopo decenni di concerti in giro per il mondo, quanto sia bello avere un luogo a cui tornare. L’atmosfera è già calda a sufficienza, lo stadio è pieno e canta all’unisono il ritornello: avanti così e si può solo andare in crescendo. E infatti arriva una “My love will not let you down” che è una autentica fucilata, seguita da una “Two hearts" se possibile ancora più potente. Non credo di sbagliare se dico che un inizio così stellare non lo vedevo da tempo.
Ma, dicevo, da qui in avanti si può solo migliorare: che Bruce sia in forma e incredibilmente su di giri lo si vede quando si avvicina alle prime file per raccogliere i cartelli con le richieste. Stasera vuole iniziare subito a seguire gli umori del pubblico. E la prima scelta è da capogiro: quella “Boom boom” che era presenza fissa nel tour di “Tunnel of love” e che praticamente non si sentiva da allora. Una botta di energia rock che fa saltare e ballare tutti, anche quelli che non la conoscono.
Nuovo giro, nuova richiesta: ecco “Something in the night”, uno di quei brani che, quando c’è, ti cambia il
concerto da cima a fondo. Esecuzione intensissima, con il piano di Roy Bittan in grande spolvero. E sulla
successiva “The ties that bind” (anche questa pescata dalle prime file) ci sentiamo davvero come quegli ospiti
privilegiati a cui si servono solo i vini migliori. Si ritorna per così dire alla normalità con un trittico tratto
dall’ultimo disco: “We take care of our own”, “Wreckin’ Ball” e “Death to my hometown”. La differenza col
materiale storico è evidente ma dal vivo funzionano bene e sono quelle in cui il nuovo assetto della band, con fiati e coristi, risulta maggiormente valorizzato.
Poi, dopo una sempre divertente “Spirit in the night”, accade quello che tutti speravano ma che, per scaramanzia, nessuno osava dire. Bruce cambia rapidamente chitarra, si avvicina al microfono e in perfetto italiano annuncia: “Questa sera, solo per voi, suoneremo tutte le canzoni di “Born to run”. Eccolo qui. Ci siamo. Anche l’Italia ha avuto la sua esecuzione di un album storico. Che dire a questo punto? Nulla. Per poco meno di un’ora si sono susseguiti, secondo l’ordine rigoroso della tracklist originale, gli otto brani di uno dei dischi che ha cambiato per sempre la storia del rock.
Alcune sono delle habitué negli show di Springsteen (vedi l’iniziale “Thunder road” o la title track”), altre molto più dure da sentire (“Meeting across the river”, che col suo intrecciarsi di piano, tromba e voce narrante, mi ha fatto venire i brividi lungo la schiena) ma ascoltarle tutte d’un fiato ci ha resi di nuovo consapevoli che questo è un disco che cambia la vita (come recitava un cartello di un fan, raccolto e letto dallo stesso Bruce prima di iniziare). “Ha cambiato anche la mia, di vita!” ha risposto ridendo. Vero, e non solo nel conto in banca.
Al termine di una “Jungleland” bella come non mai (impressionante il silenzio dello stadio durante l’ultima strofa e la partecipazione commossa durante il celebre solo di sax, che ora è affidato a Jack Clemons, nipote dello scomparso Clarence), non ci sarebbe davvero più nulla da dire. Fosse finito qui il concerto, nessuno si sarebbe lamentato.
E invece la E Street Band è sul palco solo da due ore ed è ancora troppo presto per andarsene. Il resto però, è ordinaria amministrazione. Di qualità eccelsa, ma pur sempre ordinaria. “Shackled and drawn” è l’ultimo episodio di “Wreckin’ Ball” proposto questa sera. Poi l’immancabile “Waitin’ on a sunny day”, dedicata a un nutrito gruppo di croati che poco prima aveva innalzato uno striscione enorme provocando le ire di gran parte del pubblico del prato. Poi l’altrettanto immancabile “The rising” e una “Badlands” che posizionata di nuovo in fondo allo show ha riacquistato, ci sembra, il ruolo che le compete.
I bis (si fa per dire perché dal palco non se ne è andato nessuno) si aprono con una divertente “Pay me my money down”, sulla quale viene invitato dalla prima fila un improbabile personaggio che suonava dei cucchiai su una sorta di cotta di maglia a forma di grattugia. Poi “Born in the USA”, accolta con un boato dal pubblico e con uno sbadiglio dal sottoscritto (un brano che non ho mai amato e che mi spiace sia stato reinserito così tanto nelle scalette). Di ben altra pasta l’ormai celebre versione rock di “Dancing in the dark”, con tanto di fortunata ragazza invitata a ballare durante il solo finale di Jack Clemons. Questa sera Bruce ha strappato più di un sorriso accogliendo l’invito di una ragazza che reggeva un cartello con scritto: “Please, dance with my mother in law”.
“Twist & Shout” non può che essere quella che manda tutti a casa. I continui sorrisi di Bruce e del resto della band sottolineano una volta di più, se ce ne fosse ancora bisogno, che questa è gente che si diverte un mondo a fare quel che fa.
Era la prima volta che Springsteen e la E Street Band suonavano a Padova. Una città che, oltretutto, non ha
grande dimestichezza con i grandi eventi musicali. Beh, stasera le è stato fatto proprio un gran regalo: questo è un concerto che si ricorderà a lungo in Italia, ne siamo certi. E adesso appuntamento lunedì a San Siro: che cosa potrà inventarsi per fare di meglio? Noi un po’ lo immaginiamo ma, sempre per scaramanzia, non diciamo nulla…

© Riproduzione riservata.


(articolo tratto da http://www.ilsussidiario.net)

lunedì, maggio 20, 2013

Prima guardia


Torri come pere, il silenzio è già passato
Nei corridoi resta il fumo della prima guardia
Uomo col fucile, il nemico è la tua noia
Sei prigioniero e resti solo a difenderti dal freddo
Nuoto nel nero, dove sfioro le tue mani
Poi apro gli occhi steso in aria, è la prima guardia
Esplode il mondo e resto solo, dalle mani nasce un fiume
L'alba è un miraggio, che mi esplode dentro
Mi scuserai se parlo una lingua diversa
Un anno è un secolo, 365 croci
E la tua privazione mi taglia la testa
Uomo col fucile, prigioniero della tua bandiera
E corri in tondo, testa in fumo, è la prima guardia
Torri come pere, ma il nemico non esiste
Esplode il nulla e resto solo a difendermi dal buio
Grido l'allarme che mi esplode dentro
Perché noi siamo al mondo problemi diversi
Un anno è un secolo, 365 croci
E la tua privazione mi taglia la testa; avevo una testa
Un anno è un secolo, 365 croci,
E la tua privazione mi taglia la testa
Grido l'allarme che m'esplode dentro
Perché lo so che siamo problemi diversi; lingue diverse.
Trasforma il tuo fucile in un gesto più civile!!

 (Piero Pelù)

martedì, aprile 23, 2013

L'urtimo amico va via


L' urtimo amico va via,
domani se va a sposà,
se gioca la libertà pure lui.
Er vecchio gruppo 'ndò stà,
me li so' persi così
se so' scordati de me,
Tanto amici e poi... tiè!
Ogni cosa se ne và,
finisce er ciclo de 'n'età,
domani chiude er bar in fondo a 'na via.
Quanta nostalgia me viè,
si penso a quanno tutti noi
se giocavamo a carte quarche bottija
Te saluto gioventù,
te ne sei annata pure tu.
Adesso a me che me rimane più.
L'urtimo amico vi via
e 'nzieme a lui l'allegria.
Ce resto sortanto io
a penzà che ho da fa'. 





(Franco Califano, 1972) 




R.I.P. CALIFFO...

lunedì, marzo 25, 2013

Amo tutto ciò che è stato




Amo tutto ciò che è stato,
tutto quello che non è più,
il dolore che ormai non mi duole,
l'antica e erronea fede,
l'ieri che ha lasciato dolore,
quello che ha lasciato allegria
solo perché è stato, è volato
e oggi è già un altro giorno.

mercoledì, febbraio 13, 2013

Alle insegne




Leggete libri di ferro!
Sotto il flauto d'una lettera indorata
si arrampicheranno marene affumicate
e navoni dai riccioli d'oro.
E se con allegra cagnara
turbineranno le stelle <>,
anche l'ufficio di pompe funebri
moverà i propri sarcofaghi.
Quando poi, tetra e lamentevole,
spegnerà i segnali dei lampioni,
innamoratevi sotto il cielo delle bettole
dei papaveri sui bricchi di maiolica.


Vladimir Majakovskij, 1913


martedì, gennaio 22, 2013

Dietro la Gioconda c'è il nostro Marecchia


RIMINI - La Romagna adesso può mettere il cappello persino sulla Gioconda di Leonardo, il quadro più famoso del mondo ammirato da milioni di persone al Louvre. Due ricercatrici di Urbino, Olivia Nesci specialista di geomorfologia e Rosetta Borchia pittrice-fotografa, dopo quattro anni di studi hanno dato alle stampe un libro, dal titolo Codice P, nel quale dimostrano che alle spalle delle splendide ed enigmatiche fattezze di Monna Lisa il paesaggio ritratto da Leonardo da Vinci è quello della valle del Marecchia, e non un paesaggio toscano come si era sempre immaginato.

Entrando nei dettagli, il ponte a più arcate che si vede a destra della spalla della Gioconda è quello di Pozzale sul fiume Marecchia nella zona della confluenza del torrente Senatello, località non lontana da Pennabilli riconoscibile per la rupe. E il resto del paesaggio del quadro? Nel fondo della parte sinistra è ritratto sempre il fiume Marecchia che sfuma all’orizzonte, visto dalla cima del Monte Benedetto (tra Sant’Agata Feltria e la vallata del Marecchia, ndr). In successione la veduta è completa, comprende i monti Nerone e Catria, fino al Conero di cui si vede pochissimo. Nel libro, che sarà presentato prossimamente a Rimini e poi a Pesaro, un corredo di 164 tavole mette a confronto il dipinto (studiato con immagini ad altissima risoluzione) e la geomorfologia reale indagata con foto satellitari dal geologo jesino Andrea Dignani.


(da http://www.romagnanoi.it/news/rimini/)

giovedì, dicembre 20, 2012

giovedì, novembre 29, 2012

Victoria's Secret si scusa con la comunità dei nativi americani


Dopo lo show in grande stile che ha visto sfilare anche la popstar Rihanna, Victoria's Secret chiede scusa per aver offeso la comunità dei nativi americani. Pietra dello scandalo uno dei capi di lingerie portati in passerella che prevedeva come accessorio con un copricapo di piume tipico dei nativi americani. L'outfit era stato criticato come irrispettoso nei confronti della cultura e della storia degli indiani d'America. L'azienda si è dichiarata dispiaciuta e ha assicurato che il modello non sarà più mostrato in nessuna promozione.  "Non avevamo assolutamente nessuna intenzione di offendere nessuno", ha detto la società.


(da http://affaritaliani.libero.it/)

domenica, ottobre 28, 2012

Amore, vola da me con l'aeroplano di carta della mia fantasia



Amore,
vola da me
con l'aeroplano di carta
della mia fantasia,
con l'ingegno del tuo sentimento.
Vedrai fiorire terre piene di magia
e io sarò la chioma d'albero più alta
per darti frescura e riparo.
Fa' delle due braccia
due ali d'angelo
e porta anche a me un po' di pace
e il giocattolo del sogno.
Ma prima di dirmi qualcosa
guarda il genio in fiore
del mio cuore.



Alda Merini, da "Alla tua salute, amore mio"