lunedì, maggio 20, 2013

Prima guardia


Torri come pere, il silenzio è già passato
Nei corridoi resta il fumo della prima guardia
Uomo col fucile, il nemico è la tua noia
Sei prigioniero e resti solo a difenderti dal freddo
Nuoto nel nero, dove sfioro le tue mani
Poi apro gli occhi steso in aria, è la prima guardia
Esplode il mondo e resto solo, dalle mani nasce un fiume
L'alba è un miraggio, che mi esplode dentro
Mi scuserai se parlo una lingua diversa
Un anno è un secolo, 365 croci
E la tua privazione mi taglia la testa
Uomo col fucile, prigioniero della tua bandiera
E corri in tondo, testa in fumo, è la prima guardia
Torri come pere, ma il nemico non esiste
Esplode il nulla e resto solo a difendermi dal buio
Grido l'allarme che mi esplode dentro
Perché noi siamo al mondo problemi diversi
Un anno è un secolo, 365 croci
E la tua privazione mi taglia la testa; avevo una testa
Un anno è un secolo, 365 croci,
E la tua privazione mi taglia la testa
Grido l'allarme che m'esplode dentro
Perché lo so che siamo problemi diversi; lingue diverse.
Trasforma il tuo fucile in un gesto più civile!!

 (Piero Pelù)

martedì, aprile 23, 2013

L'urtimo amico va via


L' urtimo amico va via,
domani se va a sposà,
se gioca la libertà pure lui.
Er vecchio gruppo 'ndò stà,
me li so' persi così
se so' scordati de me,
Tanto amici e poi... tiè!
Ogni cosa se ne và,
finisce er ciclo de 'n'età,
domani chiude er bar in fondo a 'na via.
Quanta nostalgia me viè,
si penso a quanno tutti noi
se giocavamo a carte quarche bottija
Te saluto gioventù,
te ne sei annata pure tu.
Adesso a me che me rimane più.
L'urtimo amico vi via
e 'nzieme a lui l'allegria.
Ce resto sortanto io
a penzà che ho da fa'. 





(Franco Califano, 1972) 




R.I.P. CALIFFO...

lunedì, marzo 25, 2013

Amo tutto ciò che è stato




Amo tutto ciò che è stato,
tutto quello che non è più,
il dolore che ormai non mi duole,
l'antica e erronea fede,
l'ieri che ha lasciato dolore,
quello che ha lasciato allegria
solo perché è stato, è volato
e oggi è già un altro giorno.

mercoledì, febbraio 13, 2013

Alle insegne




Leggete libri di ferro!
Sotto il flauto d'una lettera indorata
si arrampicheranno marene affumicate
e navoni dai riccioli d'oro.
E se con allegra cagnara
turbineranno le stelle <>,
anche l'ufficio di pompe funebri
moverà i propri sarcofaghi.
Quando poi, tetra e lamentevole,
spegnerà i segnali dei lampioni,
innamoratevi sotto il cielo delle bettole
dei papaveri sui bricchi di maiolica.


Vladimir Majakovskij, 1913


martedì, gennaio 22, 2013

Dietro la Gioconda c'è il nostro Marecchia


RIMINI - La Romagna adesso può mettere il cappello persino sulla Gioconda di Leonardo, il quadro più famoso del mondo ammirato da milioni di persone al Louvre. Due ricercatrici di Urbino, Olivia Nesci specialista di geomorfologia e Rosetta Borchia pittrice-fotografa, dopo quattro anni di studi hanno dato alle stampe un libro, dal titolo Codice P, nel quale dimostrano che alle spalle delle splendide ed enigmatiche fattezze di Monna Lisa il paesaggio ritratto da Leonardo da Vinci è quello della valle del Marecchia, e non un paesaggio toscano come si era sempre immaginato.

Entrando nei dettagli, il ponte a più arcate che si vede a destra della spalla della Gioconda è quello di Pozzale sul fiume Marecchia nella zona della confluenza del torrente Senatello, località non lontana da Pennabilli riconoscibile per la rupe. E il resto del paesaggio del quadro? Nel fondo della parte sinistra è ritratto sempre il fiume Marecchia che sfuma all’orizzonte, visto dalla cima del Monte Benedetto (tra Sant’Agata Feltria e la vallata del Marecchia, ndr). In successione la veduta è completa, comprende i monti Nerone e Catria, fino al Conero di cui si vede pochissimo. Nel libro, che sarà presentato prossimamente a Rimini e poi a Pesaro, un corredo di 164 tavole mette a confronto il dipinto (studiato con immagini ad altissima risoluzione) e la geomorfologia reale indagata con foto satellitari dal geologo jesino Andrea Dignani.


(da http://www.romagnanoi.it/news/rimini/)

giovedì, dicembre 20, 2012

giovedì, novembre 29, 2012

Victoria's Secret si scusa con la comunità dei nativi americani


Dopo lo show in grande stile che ha visto sfilare anche la popstar Rihanna, Victoria's Secret chiede scusa per aver offeso la comunità dei nativi americani. Pietra dello scandalo uno dei capi di lingerie portati in passerella che prevedeva come accessorio con un copricapo di piume tipico dei nativi americani. L'outfit era stato criticato come irrispettoso nei confronti della cultura e della storia degli indiani d'America. L'azienda si è dichiarata dispiaciuta e ha assicurato che il modello non sarà più mostrato in nessuna promozione.  "Non avevamo assolutamente nessuna intenzione di offendere nessuno", ha detto la società.


(da http://affaritaliani.libero.it/)

domenica, ottobre 28, 2012

Amore, vola da me con l'aeroplano di carta della mia fantasia



Amore,
vola da me
con l'aeroplano di carta
della mia fantasia,
con l'ingegno del tuo sentimento.
Vedrai fiorire terre piene di magia
e io sarò la chioma d'albero più alta
per darti frescura e riparo.
Fa' delle due braccia
due ali d'angelo
e porta anche a me un po' di pace
e il giocattolo del sogno.
Ma prima di dirmi qualcosa
guarda il genio in fiore
del mio cuore.



Alda Merini, da "Alla tua salute, amore mio"
 

martedì, settembre 11, 2012

I 30 anni di Nebraska


America Nuda – Bruce Springsteen e i 30 anni di Nebraska

Tra il torrenziale eclettismo di The River e il pop rock vincente di Born In The USA, Bruce Springsteen si concesse una deviazione imprevista, inseguendo la sua musa a scapito del buon senso e di ogni piano di marketing. Trenta anni fa scelse di pubblicare Nebraska nella versione demo, lasciando che i nastri casalinghi registrati con un quattro tracce diventassero il prodotto finito. Si lasciò così spiare dal pubblico nel momento del processo creativo: i suoi appunti, buttati giù in perfetta solitudine e originariamente destinati alla E Street Band, erano già abbastanza forti per farsi strada da soli. Anzi, erano talmente vibranti di vita ed emozione da fargli rifiutare d'istinto ogni ritocco. Bastavano la sua voce – sempre in primo piano, più che mai efficace e duttile, commovente senza alcuna ostentazione – la sua chitarra acustica Gibson J-200, pochi altri strumenti (su tutti spiccano la chitarra elettrica di Open All Night, e l'armonica che traccia i panorami della title track) e qualche sovraincisione.

Oggi il lo-fi è un'attitudine frequente, talora solo un trucco. All'epoca, per una rock star come Bruce, si trattava invece di un grosso rischio, figlio dell'urgenza di esprimersi e del desiderio di affermare la propria individualità, dimostrando di poter fare a meno di una band fenomenale o della scintillante produzione alla Phil Spector che aveva segnato Born To Run.

Springsteen scelse la veste spoglia di Nebraska non per un break-up album o per un'analisi diretta del proprio mondo interiore, ma per guardare invece l'America, e raccontare ancora una volta le sue storie. In Open All Night paragona le strade del New Jersey a un paesaggio lunare, e per tutto l'album l'America sembra una terra immobile, sconfinata e aliena, dove da un momento all'altro la quiete può essere interrotta dalla violenza, dal dramma, o dai disperati sforzi per vivere e resistere tentati dalle sue creature. In Nebraska scorre il sangue, e Springsteen sa districarsi perfettamente tra l'empatia di chi si riconosce nei personaggi che ha creato, e il distacco di chi sa di essersi salvato dalla loro stessa sorte. Schiva tanto la commiserazione quanto il cinismo, semplicemente racconta, una storia dopo l'altra.

In Highway Patrolman c'è Joe Roberts, che fa il poliziotto, e ha un fratello, Franky, un reduce che la guerra ha portato dal lato opposto della legge. “Franky ain't no good”, riflette Joe, e in poche parole rassegnate riassume la sfida invincibile che il destino gli ha assegnato. Inevitabilmente arriva il momento in cui Franky spara a qualcuno, e Joe affronta la propria sconfitta lasciando fuggire Franky oltre confine. È un assassino anche il protagonista di Johnny 99, spinto a uccidere da una crisi economica che rende pazzi, e condannato a 99 anni di prigione, tanto da fargli invocare la pena di morte. Sulla sedia elettrica finisce Charles Starkweather, voce narrante della title track, che a soli diciott'anni, accompagnato dalla tredicenne Caril, uccide dieci persone: una terribile storia vera raccontata anche dal film Badlands/La rabbia giovane. “Per un po', signore, io e lei ci siamo divertiti”, riflette Charles, prima di arrivare alla sua morale contorta: “Volevano sapere perché ho fatto quel che ho fatto. Beh, signore, immagino che al mondo non ci sia altro che cattiveria”.

Misfatti poco chiari aleggiano nei due episodi più potenti dell'album. Il protagonista di Atlantic City, terrorizzato dall'idea di diventare un perdente, sceglie di avere a che fare col mondo del crimine dietro al gioco d'azzardo, e accetta di fare un lavoretto sporco per qualcuno. Ovviamente, prendersi un rischio simile equivale a condannarsi da soli, ma la disfatta è implicita, evocata dalla musica, non c'è nemmeno bisogno di infierire.

L'uomo solitario che guida la sua auto in State Trooper schiaccia il piede sul pedale e pensa: “La mia coscienza è chiara, so le cose che ho fatto. Signor poliziotto, per favore non mi fermi”. La pulsazione ossessiva, ispirata dai ritmi dei Suicide, lascia bene intendere come anche questa corsa sia senza speranza. Springsteen non è mai stato tanto cupo nei suoi testi, nemmeno nella feroce introspezione di Darkness On The Edge Of Town. Aspettarsi un destino diverso per certe “vittime di questo mondo” forse non è diverso dall'illusione di chi, all'inizio di Reason To Believe, continua a pungolare un cane morto con un bastone, aspettandosi che prima o poi dia qualche segno di vita. Nemmeno il passato può consolare: la visione in un sogno della casa paterna, in My Father's House, è un richiamo che porta a confrontarsi con una realtà inesorabile: “Mi spiace, figliolo, qui non abita più nessuno con quel nome”.

Già con Born In The USA, Springsteen avrebbe ricominciato a fare entrare la luce anche nelle sue storie più cupe. Nebraska rimane però ancora oggi, trenta anni dopo la sua pubblicazione, un momento imprescindibile del suo percorso artistico, un disco volutamente unico, conficcato come un coltello a serramanico nel cuore degli anni Ottanta.


(da http://www.gibson.com)