sabato, aprile 23, 2011

Bacio



Bacio che sopporti il peso
della mia anima breve
in te il mondo del mio discorso
diventa suono e paura.

- Alda Merini -

martedì, aprile 12, 2011

Sotto il mistero della "luna rosa"

"You can take the road that takes you to the stars now
I can take a road that'll see me through"
(Nick Drake, "Road")

New York, autunno 2001.
Una ragazza di vent'anni stringe il suo lettore cd portatile mentre si fa largo tra la folla della metropolitana, cercando un angolo libero dove appoggiare lo zaino pieno di libri e barrette di muesli.
Ogni certezza sembra essere andata in frantumi insieme alle macerie di Ground Zero. Reparti della Guardia Nazionale in tenuta mimetica squadrano i ragazzi in coda per un bagel, mentre i volantini pubblicitari reclamizzano maschere antigas e tute anticontaminazione. "Prendere la metro, a quei tempi, era un po' come cercare la morte", ricorda. "Credevo che chiunque portasse uno zaino volesse uccidermi".
Solo la musica nelle sue cuffie le testimonia di avere ancora un cuore che non ha smesso di battere. Il disco è sempre lo stesso, ogni giorno, lungo il tragitto che la porta fino alla Columbia University: "Pink Moon" di Nick Drake. "Era l'unico tra i dischi che avevo in cui riuscissi a trovare ancora un significato. Mi aggrappavo a lui come a una zattera, stringendolo forte e raggomitolandomi sul suo ventre, mentre tutti quelli intorno a me si strafacevano di lavoro, alcool e pasticche nel vano tentativo di dimenticare la visione di corpi umani che cadono da un grattacielo, esplodono in mille pezzi su un aereo, vengono schiacciati da mezzo milione di tonnellate di cemento e acciaio".
Sono passati dieci anni e quella studentessa è diventata una delle firme emergenti del giornalismo musicale americano: Amanda Petrusich, già autrice del fascinoso "It Still Moves", dedicato all'universo dell'Americana. Ma quell'intima simbiosi con la musica di Nick Drake per lei non è cambiata, e il nuovo capitolo della collana "Tracks" di No Reply, incentrato proprio su "Pink Moon", ne è la più vivida delle testimonianze.

Londra, autunno 1971.
È notte fonda ai Sound Techniques, i celebri studi di registrazione ricavati in una vecchia stalla di Chelsea. Un ragazzo dai capelli ondulati e polverosi imbraccia la propria chitarra acustica e comincia a suonare davanti al microfono. Fatica persino ad articolare le parole, ma le sue canzoni hanno una purezza che lascia senza fiato. "I più oscuri e intossicanti ventotto minuti di musica acustica mai incisi su disco", li definisce Amanda Petrusich.
Comincia dalla fine, il suo racconto: dalla morte di Drake tra le pareti austere della sua stanza di Far Leys, la tenuta di famiglia nella campagna del Warwickshire. Ma il ritratto che traccia si distacca subito dai facili stereotipi dell'artista depresso: "è ancora sin troppo facile vedere in quella morte un gesto romantico", scrive. "E così l'intera storia di Drake viene travisata, trasformata in un romanzo lungo e fitto di tormenti, che parla di arte, depressione, giovinezza, vuoto". La tentazione, di fronte alla penuria di tracce lasciate alle proprie spalle negli appena ventisei anni di una vita schiva e introversa, è quella di trasformare Drake in una proiezione di se stessi: come spiega il biografo Patrick Humphries, "Nick Drake diventa una tela bianca su cui gli ammiratori possono dipingere la propria immagine, proiettare la loro vita e i loro problemi, uno specchio in cui vedere il dolore e le promesse non mantenute".
L'unico modo di non tradirlo, allora, è partire dall'unica, autentica memoria che Drake ha voluto lasciare: le sue canzoni. Per farlo, Amanda Petrusich si affida alle voci di alcuni dei più sinceri testimoni della sua eredità: da M. Ward a Damien Jurado, da Lou Barlow a Tim Rutili dei Califone, a fare da contrappunto alla narrazione sono gli interventi di una serie di artisti che rievocano il significato della rivelazione nuda e penetrante di "Pink Moon" nella loro vita.

Non è tanto nella ricostruzione biografica (che pure sfata qualche leggenda, come quella secondo cui Drake avrebbe lasciato senza una parola i nastri di "Pink Moon" alla reception della Island Records) che va ricercato l'interesse del libro. E neppure nell'analisi strettamente musicale del disco, per quanto ricca di dettagli sull'inconfondibile tecnica chitarristica di Drake. Sono piuttosto le vicende della singolare vita post mortem di "Pink Moon" ad attirare l'attenzione di Amanda Petrusich, che racconta la riscoperta di Nick Drake da parte dell'America degli anni Zero. Tutto merito di uno spot realizzato nel 2000 per la Volkswagen dai futuri registi di "Little Miss Sunshine", Jonathan Dayton e Valerie Faris, che aveva come colonna sonora proprio la sognante ode di Drake alla luna rosa: pochi giorni dopo la sua messa in onda, le vendite dell'album raddoppiarono all'istante. È stato l'inizio di un imprevedibile successo postumo, da cui Amanda Petrusich trae spunto per riflettere sull'evoluzione del rapporto tra musica e pubblicità: un passaggio culturale che ha visto tramontare una volta per tutte l'idea secondo cui le canzoni prestate agli spot rappresenterebbero una sorta di "tradimento artistico" e che viene analizzato nelle pagine del libro con l'ausilio delle opinioni di copywriter e registi, oltre che di un profondo conoscitore della scena underground a stelle e strisce come Michael Azerrad (autore della recente retrospettiva "American Indie").
A completare il quadro, l'edizione italiana del volume offre poi il contributo - come sempre attento e appassionato - di Antonio Puglia, che oltre a curare la traduzione del libro firma anche una postfazione dedicata alle sorti di Nick Drake in terra italica. Dal primo lavoro biografico di Luca Ferrari ("Un'anima senza impronte"), risalente alla metà degli anni Ottanta, fino al personalissimo omaggio di Stefano Pistolini ("Le provenienze dell'amore"), Antonio Puglia segue le tracce di Drake non solo tra gli scaffali delle librerie, ma anche al cinema (da Paolo Virzì a Maria Sole Tognazzi) e soprattutto nella musica, dando spazio ai pensieri di cantautori come Roberto Angelini e Fabrizio Cammarata (aka The Second Grace).

Oggi "Pink Moon" mantiene ancora intatto il suo mistero: tutti ricordano il primo ascolto, eppure confessano al tempo stesso di non riuscire a sostenere a lungo quell'intensità. Amanda Petrusich non ha un attimo di esitazione: "Pink Moon è l'unico disco che mi serve. A volte in modo persino disperato". Perché quello di cui abbiamo davvero bisogno è qualcuno che ci mostri chi siamo. Ed è per questo che vale la pena di accettare l'invito di quella studentessa con gli auricolari, seduta di fronte al finestrino della metropolitana, e decidere di dare ancora una volta alla voce di Nick Drake la possibilità di ferirci: "è allora che mi sento grata per la compagnia di tutti quelli che conosco, felice di essere viva, eternamente riconoscente per gli sbuffi d'aria che continuano a passarmi attraverso i polmoni".

Autore: Amanda Petrusich
Titolo: Pink Moon
Editore: No Reply
Pagine: 160
Prezzo: Euro 12,00


(da www.ondarock.it)

lunedì, marzo 21, 2011

EMERGENCY CONDANNA LA GUERRA IN LIBIA



Ancora una volta i governanti hanno scelto la guerra. Oggi la guerra è “contro Gheddafi”: ci viene presentata, ancora una volta, come umanitaria, inevitabile, necessaria.

Nessuna guerra può essere umanitaria. La guerra è sempre stata distruzione di pezzi di umanità, uccisione di nostri simili. “La guerra umanitaria” è la più disgustosa menzogna per giustificare la guerra: ogni guerra è un crimine contro l’umanità.

Nessuna guerra è inevitabile. Le guerre appaiono alla fine inevitabili solo quando non si è fatto nulla per prevenirle. Se i governanti si impegnassero a costruire rapporti di rispetto, di equità, di solidarietà reciproca tra i popoli e gli Stati, se perseguissero politiche di disarmo e di dialogo, le situazioni di crisi potrebbero essere risolte escludendo il ricorso alla forza. Non è stato questo il caso della Libia: i nostri governanti, gli stessi che ora indicano la guerra come necessità, fino a poche settimane fa hanno finanziato, armato e sostenuto il dittatore Gheddafi e le sue continue violazioni dei diritti umani dei propri cittadini e dei migranti che attraversano il Paese.

Nessuna guerra è necessaria. La guerra è sempre una scelta, non una necessità. È la scelta disumana, criminosa e assurda di uccidere, che esalta la violenza, la diffonde, la amplifica. È la scelta dei peggiori tra gli esseri umani.

Ai governanti che vedono la guerra come unica risposta ai problemi del mondo, rivolgiamo di nuovo l’appello del 1955 di Bertrand Russell e Albert Einstein nel loro Manifesto:

«Questo dunque è il problema che vi presentiamo, netto, terribile ed inevitabile: dobbiamo porre fine alla razza umana oppure l'umanità dovrà rinunciare alla guerra?»

Come ha scritto il grande storico statunitense Howard Zinn: «Ricordo Einstein che in risposta ai tentativi di “umanizzare” le regole della guerra disse: “la guerra non si può umanizzare, si può solo abolire”. Questa profonda verità va ribadita continuamente: che queste parole si imprimano nelle nostre menti, che si diffondano ad altri, fino a diventare un mantra ripetuto in tutto il mondo, che il loro suono si faccia assordante e infine sommerga il rumore dei fucili, dei razzi e degli aerei».

Emergency è contro la guerra, contro tutte le guerre. Ce lo impongono la nostra esperienza, la nostra etica e la nostra cultura, la nostra umanità prima ancora che la nostra Costituzione.

Chiediamo che tacciano le armi e che si riprenda il dialogo, anche attraverso l’invio degli ispettori delle Nazioni Unite e di osservatori della comunità internazionale; chiediamo l’apertura immediata di un corridoio umanitario per portare assistenza alla popolazione libica.



Ufficio Stampa e comunicazione
EMERGENCY
Via Vida 11
20127 Milano

domenica, marzo 13, 2011

ANNIVERSARIO


Al tempo in cui festeggiavano il giorno del mio compleanno,
io ero felice e nessuno era morto.
Nella casa antica, perfino il mio compleanno era una tradizione secolare,
e l’allegria di tutti, e la mia, era giusta come una religione qualsiasi.

Al tempo in cui festeggiavano il giorno del mio compleanno,
avevo la grande salute di non capire alcunché,
di essere intelligente per quelli della famiglia,
e di non aver le speranze che gli altri avevano in mia vece.
Quando arrivai ad avere speranze, non sapevo più avere speranze.
Quando arrivai a guardare la vita, avevo perso il senso della vita.

Sì, quello che fui di supposto per me stesso,
quello che fui di cuore e famiglia,
quello che fui di veglie di semiprovincia,
quello che fui perché mi amavano e perché ero bambino,
quello che fui – Dio mio!, quello che solo oggi so di essere stato...
Com’è lontano!...
(Nemmeno l’eco...)
Il tempo in cui festeggiavano il giorno del mio compleanno!

Ciò che oggi sono è come l’umidità nel corridoio in fondo alla casa,
che provoca muffa nelle pareti...
Ciò che oggi sono (e la casa di quelli che mi hanno amato trema attraverso le mie
[lacrime),
ciò che oggi sono è che abbiano venduto la casa,
è che tutti siano morti,
è che io sia sopravvissuto a me stesso come un fiammifero freddo...

Al tempo in cui festeggiavano il giorno del mio compleanno...
Quale oggetto d’amore è per me quel tempo, come una persona!
Desiderio fisico dell’anima di essere lì un’altra volta,
attraverso un viaggio metafisico e carnale,
con una dualità da me a me...
Mangiare il passato come pane per l’affamato, senza tempo di burro sotto i denti!

Vedo tutto ancora una volta con una nitidezza che mi rende cieco alle cose presenti...
La tavola apparecchiata con dei posti in più, con la porcellana migliore, con dei
[bicchieri in più,
la credenza con molte cose – dolci, frutta, il resto nell’ombra sotto la scansia –,
le vecchie zie, i cugini estranei, e tutto era per me,
al tempo in cui festeggiavano il giorno del mio compleanno...

Fermati, cuore mio!
Non pensare! Lascia il pensiero alla testa!
Oh mio Dio, mio Dio, mio Dio!
Oggi non compio più gli anni.
Perduro.
I miei giorni si addizionano.
Sarò vecchio quando lo sarò.
Nient’altro.
Rabbia di non aver portato in tasca il passato rubato!

Il tempo in cui festeggiavano il giorno del mio compleanno!...



15 ottobre 1929



(di Fernando Pessoa, da "Poesie di Álvaro de Campos")

venerdì, marzo 04, 2011

CANTO DEI MORTI INVANO



Sedete e contrattate
A vostra voglia, vecchie volpi argentate.
Vi mureremo in un palazzo splendido
Con cibo, vino, buoni letti e buon fuoco
Purche' trattiate e contrattiate
Le vite dei vostri figli e le vostre.
Che tutta la sapienza del creato
Converga a benedire le vostre menti
E vi guidi nel labirinto.
Ma fuori al freddo vi aspetteremo noi,
L'esercito dei morti invano,
Noi della Marna e di Montecassino
Di Treblinka, di Dresda e di Hiroshima:
E saranno con noi
I lebbrosi e i tracomatosi,
Gli scomparsi di Buenos Aires,
I morti di Cambogia e i morituri d'Etiopia,
I patteggiati di Praga,
Gli esangui di Calcutta,
Gl'innocenti straziati a Bologna.
Guai a voi se uscirete discordi:
Sarete stretti dal nostro abbraccio.
Siamo invincibili perche' siamo i vinti.
Invulnerabili perche' gia' spenti:
Noi ridiamo dei vostri missili.
Sedete e contrattate
Finche' la lingua vi si secchi:
Se dureranno il danno e la vergogna
Vi annegheremo nella nostra putredine.

14 gennaio 1985


[Da Primo Levi, Ad ora incerta, ora in Idem, Opere, Einaudi, Torino 1997, vol. II, p. 615]

domenica, febbraio 20, 2011

Stonehenge è la località turistica più antica del mondo


(da www.ilgiornale.it)

Le ultime scoperte di alcuni archeologi dimostrerebbero, che un ragazzino sepolto nelle vicinanze del cerchio di pietra, circa 3500 anni fa, sarebbe cresciuto lontanissimo dall'Inghilterra. Il giovane sarebbe originario delle sponde del Mediterraneo

Il sito archeologico di Stonehenge potrebbe essere la località «turistica» più antica del mondo. Le ultime scoperte di alcuni archeologi dimostrerebbero, che un ragazzino sepolto nelle vicinanze del cerchio di pietra degli antichi druidi, circa 3500 anni fa, sarebbe cresciuto lontanissimo dall'Inghilterra. Il giovane sarebbe infatti originario di territori molto più a sud, forse addirittura delle sponde del Mediterraneo. Quello del «ragazzo con la collana d'ambra», così è stato soprannominato perché era stato sepolto con un gioiello al collo, non è nemmeno l'unico corpo trovato nei pressi di Stonehenge ad appartenere ad uno straniero.
«L'arciere di Amesbury, un uomo sepolto con un tesoro di rame ed oro la cui tomba è stata rinvenuta nel 2002, sarebbe infatti originario delle Alpi, mentre un gruppo di uomini e donne le cui tombe sono state scavate nel 2003 sarebbero originari del Galles o, addirittura, del nord della Francia». Jane Evans, l'esperta della British Geological Survey che ha identificato la provenienza degli scheletri dell'Età del Bronzo attraverso un'analisi chimica degli isotopi radioattivi presenti nei loro denti, è convinta che queste persone avevano raggiunto le sponde britanniche proprio per recarsi a Stonehenge, in una sorta di primitivo pellegrinaggio.
«Se oggi si va all'abbazia di Westminster e si guarda chi vi è stato sepolto nel corso dei secoli, quanti di questi sono londinesi? Non credo molti, perché sono stati personaggi grandi e famosi a essere sepolti all'abbazia di Westminster... Stonehenge in modo molto simile è stato un luogo di culto importante e persone di origini diverse lo visitarono e vi furono sepolte».
Il «ragazzo con la collana d'ambra» sarebbe arrivato a Stonehenge quando il cerchio di pietra era già molto antico: è stato costruito 1500 anni prima. «Ha circa 14 o 15 anni ed è sepolto con questa bella collana. La posizione della tomba, e il monile indicano che si tratta di una persona di un certo status», ha spiegato la Evans.
La scoperta spinge anche altri archeologi a rivedere la vulgata sugli spostamenti e i viaggi preistorici. «Gli studiosi per moltissimo tempo si sono opposti all'idea che vi fossero migrazioni di qualsiasi tipo in questo periodo. Ma, chiaramente, questi individui hanno viaggiato attraverso distanze enormi», ha dichiarato Mike Pitts, direttore della rivista "British Archeology".

lunedì, febbraio 07, 2011

Io sono certa che nulla più soffocherà la mia rima



Io sono certa che nulla più soffocherà la mia rima,
il silenzio l’ho tenuto chiuso per anni nella gola
come una trappola da sacrificio,
è quindi venuto il momento di cantare
una esequie al passato.


(Alda Merini, da "La Terra Santa")

sabato, gennaio 22, 2011

Quando ci avete rubato la Terra ci avete rubato il Paradiso

"Per voi uomini bianchi il Paradiso è in cielo; per noi il Paradiso è la Terra.
Quando ci avete rubato la Terra ci avete rubato il Paradiso".
Piccola Foglia

"La terra fu creata con l'aiuto del sole, e tale dovrebbe restare... La terra fu fatta
senza linee di demarcazione, e non spetta all'uomo dividerla... Io non ho mai detto
che la terra è mia per farne ciò che mi pare. L'unico che ha il diritto di disporne è
chi l'ha creata. Io chiedo il diritto di vivere sulla mia terra e di accordare a voi
il privilegio di vivere sulla vostra".
Heinmont Tooyalaket dei Nez Percés

"Il corpo muore. Il corpo è semplicemente ciò che l'anima materialmente possiede.
E' il suo involucro. L'anima prosegue la sua vita".
Susie Billie- Seminole

"Quando togliamo qualcosa alla terra, dobbiamo anche restituirle qualcosa.
Noi e la Terra dovremmo essere compagni con uguali diritti. Quello che noi
rendiamo alla Terra può essere una cosa così semplice e allo stesso tempo
così difficile come il rispetto".
Jimmie Begay - Indiano Navajo

"Non perseguitare e non deridere mai un tuo simile per la sua Religione. Rispetta invece
ciò in cui lui crede, se vuoi che lui, in cambio, rispetti te".
Tecumseh

"Tu che possiedi il giorno fallo bello. Prendi i colori del tuo arcobaleno e sarà bello".
Nootkan

"Io non ho mai rivendicato il diritto di poter fare con la terra quello che ritengo giusto.
L'unico che ha un tale diritto è colui che l'ha creata".
Capo Giuseppe

"Io sono soltanto un uomo. Sono la voce del mio popolo. Quali che siano i loro sentimenti, io dico questo. Non voglio più la guerra.
Voglio essere un uomo. Voi mi negate il diritto di un uomo bianco. La mia pelle è rossa;
il mio cuore è come il cuore di un uomo bianco; ma io sono un Modoc.
Non ho paura di morire. Non cadrò sulle rocce.
Quando muoio i miei nemici saranno sotto di me. I vostri soldati mi hanno attaccato mentre dormivo sul fiume Lost. Essi ci hanno spinto su queste rocce come un cervo ferito..."
Kintpuash (Capitan Jack) dei Modoc

Non si inizi nessun discorso senza mostrare per prima cosa umiltà.
"Io sono ignorante, un pover'uomo", è così che cominciano tutti i discorsi.
"Io non so nulla più di voi che siete seduti intorno a me, ma io vorrei offrirvi il mio umile parere".
Allen C. Quetone, Kiowa

domenica, gennaio 16, 2011

Le mie ore più felici sono quelle in cui non penso a nulla

Sapendo perfettamente come le cose insignificanti abbiano la capacità di torturarmi, evito deliberatamente il contatto con le cose insignificanti. Chi, come me, soffre quando una nuvola passa davanti al sole, come potrebbe non soffrire nell'oscurità del giorno perennemente annuvolato della sua vita? La mia solitudine non consiste in una ricerca di felicità, che non ho la forza di raggiungere; nè di tranquillità, che si ottiene soltanto se non la si è mai perduta. Ma è una ricerca di sonno, di annullamento, di piccola rinuncia.
Le quattro pareti della mia stanza disadorna sono per me al contempo prigione e lontananza, letto e bara. Le mie ore più felici sono quelle in cui non penso a nulla, in cui non voglio nulla, in cui non sogno neppure, perso in un torpore di vegetale errato, mero muschio cresciuto sulla superficie della vita. E senza amarezza assaporo l'assurda consapevolezza di non essere nulla, sapore previo della morte e della cancellazione.
No ho mai avuto qualcuno da poter chiamare "Maestro". Nessun Cristo è morto per me. Nessun Budda mi ha indicato una strada. Sulla cima dei miei sogni nessun ApoIlo e nessuna Minerva mi sono mai apparsi per illuminare la mia anima.

(Fernando Pessoa, da "Il Libro dell'Inquietudine di Bernardo Soares")

mercoledì, gennaio 05, 2011

Il superstite


A B.V.
Since then, at an uncertain hour,
Dopo di allora, ad ora incerta,
Quella pena ritorna,
E se non trova chi lo ascolti
Gli brucia in petto il cuore.
Rivede i visi dei suoi compagni
Lividi nella prima luce,
Grigi di polvere di cemento,
Indistinti per nebbia,
Tinti di morte nei sonni inquieti:
Sotto la mora greve dei sogni
Masticando una rapa che non c'è.
"Indietro, via di qui, gente sommersa,
Andate. Non ho soppiantato nessuno,
Non ho usurpato il pane di nessuno,
Nessuno è morto in vece mia. Nessuno.
Ritornate alla vostra nebbia.
Non è colpa mia se vivo e respiro
E mangio e bevo e dormo e vesto panni".

04.02.1984

(Primo Levi, da "Ad Ora Incerta")